Tavaroli ora accusa i Ds. E piovono querele

Lo 007 allude a un conto estero con le firme di Fassino e Nicola Rossi. : "Tutto falso, una vigliaccata". Nell’intervista a "Repubblica" il grande indagato tira in ballo pure Cossiga e Colaninno.
Solidarietà bipartisan

da Roma

Piovono querele su Giuliano Tavaroli. L’ex capo della Security di Telecom viene bersagliato dalle smentite indignate di tutti coloro che ha chiamato in causa attraverso il colloquio con Giuseppe D’Avanzo, di cui Repubblica ieri ha pubblicato la seconda puntata. Rivelazioni o presunte tali che riguarderebbero il lavoro di spionaggio che Tavaroli dice di aver condotto per volontà di Marco Tronchetti Provera. L’ex numero uno di Telecom comunque si tira fuori, dicendosi «sconcertato» per una campagna stampa «che cerca di alterare la verità, malgrado ogni evidenza».
La ricostruzione di Tavaroli dell’affaire Telecom coinvolge il gotha del mondo politico e finanziario. Si parla di tangenti che sarebbero state pagate da Roberto Colaninno, presidente del gruppo Piaggio. E soprattutto di un dossier sui Ds, di un conto estero, l’Oak Fund, dove avrebbero avuto la firma Nicola Rossi e Piero Fassino e al quale sarebbero stati interessati i fratelli Magnoni, Giorgio, Aldo e Ruggiero, vicepresidente della Lehman Brothers Europa. Tutti pronti a schierare gli avvocati.
Furioso Piero Fassino, che incassa la solidarietà di tutto il Partito Democratico ma anche quella di autorevoli esponenti del Popolo della Libertà e della maggioranza di governo. «L’affermazione su di me è una pura falsità», tuona Fassino che smentisce di conoscere i fratelli Magnoni. «Non ho mai avuto firme su conti esteri, né a Londra, né altrove. Non so neanche cosa sia l’Oak Fund», afferma seccamente Fassino che poi definisce l’articolo di Repubblica una «vigliaccata». Poi annuncia di aver dato mandato ai suoi legali di tutelarlo contro «Tavaroli, D’Avanzo e chiunque altro sia responsabile di questa vigliaccata, nonché contro chiunque continuasse a diffonderla». Al politico proprio non va giù che l’articolo sia stato corredato da una sua fotografia e richiamato pure in prima pagina visto che, afferma, diffonde «una notizia del tutto falsa senza neanche verificarne non dico la fondatezza, ma la minima attendibilità». Il quotidiano non può appellarsi al diritto di cronaca o alla libertà di stampa, insiste Fassino, perché in questo caso «non c’entrano niente. Qui si sputtana una persona onesta e pulita ledendone la onorabilità e la dignità. E questo è inaccettabile».
Più sintetica ma altrettanto perentoria la reazione di Colaninno. «Tali notizie sono prive di qualunque fondamento e del tutto contrarie al vero», fa scrivere dai suoi avvocati precisando «di aver conferito mandato ai propri legali per tutelare la propria reputazione nelle sedi a ciò preposte».
Smentiscono pure i fratelli Magnoni mentre altre querele sono in arrivo da parte del senatore del Pd Nicola Rossi e dall’ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella. «Quelle di Tavaroli sono tutte illazioni», dice Mastella. Duro il commento del senatore a vita Francesco Cossiga che parla di «avvelenatori di pozzi» e si chiede se siano state riportate le parole vere dette da Tavaroli o se qualcuno «gliele abbia messe in bocca».
Tutto il Pd si stringe intorno a Fassino compreso il suo leader Walter Veltroni che gli rinnova la sua «fiducia e stima personale e politica». Ma la solidarietà a Fassino arriva anche dall’opposto fronte politico. Il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, definisce le accuse al politico «una delle solite ed indegne aggressioni destituite di ogni fondamento, ma dotate di una forte risonanza mediatica».