Tavernier: «Spaghetti western? Film da niente con attori scarsi»

Il regista ha girato un giallo a New Orleans e presenta dei dvd sull’epopea dei cowboy

da Parigi

Bertrand Tavernier sta per ultimare In the Electric Mist («Nella nebbia elettrica»), che uscirà in Francia in novembre. Tratto dall’Occhio del ciclone di James Lee Burke (Giallo Mondadori), sceneggiato da Jerzy Kromolowsky - lo stesso della Promessa di e con Sean Penn -, girato in inglese, il film ha come personaggio l’investigatore cajun - discendenza coloniale francese - Dave Robichaux (Tommy Lee Jones). Egli indaga sui fatti misteriosi relativi a una troupe, che gira dove avvenne una battaglia della guerra civile. È il secondo film su Robichaux, dopo Omicidio a New Orleans di Phil Joanou, con Alec Baldwyn.
Signor Tavernier, una svolta per Robichaux: da Baldwyn a Jones, attore molto diverso. E poi il romanzo di Burke accenna a credenze magiche, tema nuovo per lei.
«Ma il mio film è un poliziesco e mostra una Louisiana dove, più che la magia, è stata la natura ad aver portato lutti e devastazioni, con l’uragano Katryna».
Lei ha cominciato le riprese...
«In aprile. Ora torno a New Orleans per la postproduzione».
Durante l’ultimo Festival di Cannes, sulla Croisette campeggiava un cartellone del suo film, come fosse già pronto.
«Il Festival è sempre una bella vetrina per far sapere che si gira un film. In quel momento però non avevo ancora terminato le riprese in Louisiana».
Lei ama molto le regioni lungo il Mississippi.
«Nel 1983 girai nello Stato omonimo Mississippi Blues con Robert Parrish, itinerario documentaristico che partiva dalla tomba di Faulkner a Oxford».
Oltre il Mississippi, il West. E lei adora il western. Il genere langue, ma non muore: The Assassination of Jesse James concorrerà a Venezia, dove Brokeback Mountain vinse.
«Clint Eastwood l’ha tenuto in vita e ora lo fa Kevin Costner. Sta per uscire anche il rifacimento di Quel treno per Yuma di Delmer Daves. Trovo che il western sia da esplorare, riabilitare e far risorgere».
E ora lei riporta l’attenzione sui classici del western coi dvd della Calysta (www.fnac.com), che escono in Francia.
«L’ultimo apparso è I conquistatori di Jacques Tourneur (1946), un western ma anche un noir. Il dopoguerra coincise con la miglior stagione del western anche perché a scriverli erano gli stessi sceneggiatori dei noir».
E poi Delmer Daves era un regista-antropologo...
«Si capisce così il suo magnifico L’amante indiana, uno dei western che presento».
È con gente come lui che il western uscì dall’infanzia?
«Ma già Ombre rosse di Ford nel 1939 aveva immesso nel genere situazioni da film per adulti».
I western che lei presenta in dvd sono soprattutto degli anni Cinquanta e Sessanta.
«La scelta dei film non è mia, presento quelli che amo: Solo sotto le stelle di David Miller, Cielo giallo di Wellman, La lancia che uccide di Dmytryk, Gli implacabili di Walsh, Il prigioniero della miniera di Henry Hathaway, L’uomo senza paura di King Vidor, L’occhio caldo del cielo di Aldrich...».
Nessuno di loro partecipò a grossi festival.
«No. E quando poi dei western vi sono stati ammessi - Corvo rosso non avrai il mio scalpo di Sydney Pollack, Gli spietati di Eastwood... - hanno avuto solo premi tecnici».
Il premio dei western è l’Oscar...
«Sì. Ma i migliori libri su di loro sono scritti da europei».
La Mostra di Venezia sta per proporre - è la prima volta - una retrospettiva di western italiani.
«Con rare eccezioni - Sergio Corbucci (Il grande silenzio), Damiano Damiani, Sergio Leone, Giulio Petroni, Sergio Sollima - non sono film che rivedo volentieri».
Perché?
«Sono film da niente con attori da niente, copiati da Leone, inclini alla parodia o all’autoparodia. Sono la matrice del cinema americano dell’eccesso che non mi piace».