Tavola Rotonda della Camera di Commercio

I segnali di ripresa non mancano. Nel secondo e soprattutto nel terzo
trimestre dell’anno la domanda mostra un trend in crescita. E le 300
mila imprese che operano sul territorio milanese si stanno rimettendo
in moto

I segnali di ripresa non mancano. Nel secondo e soprattutto nel terzo trimestre dell’anno la domanda mostra un trend in crescita. E le 300 mila imprese che operano sul territorio milanese si stanno rimettendo in moto, anche se, come sostiene la Camera di commercio di Milano, la crisi ha impattato sul modello imprenditoriale lombardo in modo meno pesante rispetto ad altre regioni d’Italia. Resta, però, il nodo relativo alla concessione del credito, che ha reso il rapporto banca-impresa piuttosto difficoltoso, se è vero che più del 40% delle imprese sostiene che i rapporti con il sistema creditizio sono diventati più complicati. Oggi, l’erogazione del credito si è stabilizzata, dopo che negli ultimi anni aveva registrato aumenti medi del 10%: è la risposta delle banche che, però, non soddisfa gli imprenditori.       
Di questo e di altro si è discusso nel corso di una tavola rotonda organizzata  da BancaFinanza con la collaborazione della Camera di commercio di Milano, che si è svolta presso la sede dell’ente camerale in via Meravigli a Milano.
   All’incontro, moderato da Angela Maria Scullica, direttore di BancaFinanza e del Giornale delle Assicurazioni, hanno partecipato Marco Accornero, segretario generale dell’Unione artigiani di Milano, Roberto Calugi, dirigente area sviluppo imprese della Cciaa di Milano, Dante Campioni, responsabile area commerciale di Mediocredito Italiano, Franco Ceruti, presidente della Commissione Abi della Lombardia, Antonio Colombo, direttore generale di Assolombarda, Gianroberto Costa, segretario generale dell’Unione del commercio, del turismo, dei servizi e delle professioni della Provincia di Milano, Massimo Ferlini, presidente della Compagnia delle Opere di Milano e  Provincia, Carlo Franciosi, presidente di Coldiretti Milano e Lodi, e Stefano Valvason, direttore generale di Confapi Milano.
Domanda. Quali impatti ci sono stati sul sistema imprese del milanese?
Calugi.
Le imprese che operano sul territorio di Milano sono circa 300 mila, di cui il 95% ha meno di dieci dipendenti. È chiaro che si tratta di un modello su cui la crisi ha impattato in maniera differente; se vogliamo in modo meno pesante rispetto ad altri territori regionali. Oggi, tuttavia, si cominciano a intravedere alcuni segnali di ripresa. La domanda tende a crescere nel secondo e nel terzo trimestre, in una economia che ha aumentato in questi mesi la quota di fatturato sull’export rispetto al fatturato generato dal mercato domestico. Prendiamo l’andamento della produzione industriale: nel primo trimestre 2009 c’è stata una contrazione del 4,4%, nel secondo dell’1,7%, nel terzo dello 0,5%. Dunque, il decremento è meno accentuato. Segni negativi che sono quasi scomparsi  per quanto riguarda gli ordini interni. Anche quelli esteri sono in miglioramento. Situazione abbastanza simile anche per quel che concerne l’artigianato. Insomma, tutti gli indicatori evidenziano uno stop della caduta e un inizio di ripresa, la questione è tuttavia capire quanto questa ripresa possa essere rapida e costante nel tempo. È importante ricordare che  la Camera di commercio sta puntando in particolare su tre drivers per sostenere il consolidamento e la crescita delle nostre imprese: internazionalizzazione, innovazione e credito, investendo, solo nel 2009, oltre 72 milioni di euro a supporto del sistema economico.
D. Resta il problema della difficoltà nell’accesso al credito.  
Calugi.
Il credito, come sottolinea la Bce, è il secondo problema a livello europeo che le imprese hanno in questo momento. L’osservatorio regionale istituito presso la prefettura ha evidenziato una diminuzione della concessione di credito per la prima volta nel secondo trimestre di quest’anno. Credo tuttavia sia normale in una fase di recessione. Preoccupa il fatto che più del 40% delle nostre imprese sostiene che i rapporti con il sistema bancario siano diventati più complicati, a fronte di un 10% che invece ritiene che siano migliorati. Per questo come Camera di commercio siamo intervenuti nel 2009 con stanziamenti straordinari per circa 18 milioni di  euro proprio per aiutare le nostre piccole e medie imprese ad accedere ai canali del credito anche attraverso il ricorso ai finanziamenti garantiti dalla rete dei confidi. Ricordo per esempio gli interventi finalizzati ad abbattere il costo degli oneri finanziari per operazioni di investimento, patrimonializzazione, consolidamento del debito o, laddove necessario, anticipo della cassa integrazione.
D. Nell’accesso al credito quali tipi di problematiche sorgono?
Ferlini. Nel caso nostro, quindi per le micro piccole imprese, si sommano due aspetti: all’atteggiamento degli istituti di credito troppo legato ai parametri di Basilea, che peraltro già rendevano difficili il dialogo fra il settore bancario e quello delle imprese, si è aggiunto l’impatto della crisi e quindi la restrizione dei parametri di concessione del credito. Inoltre c’è una tendenza al rientro delle tradizionali fonti di credito, che si è unita al calo della domanda di servizi diffusi, visto che le famiglie, di fronte alla crisi, preferiscono risparmiare. Si tratta di questioni che rimangono ancora aperte al di là dell’andamento ottimistico degli indicatori. Molti imprenditori si chiedono cosa cambierà quando ci sarà la ripresa: diversi hanno risentito poco della crisi perché impegnati in settori che non sono stati toccati, altri che invece dovranno ristrutturare profondamente la propria azienda e su cui la stretta creditizia sta avendo impatti notevoli. In altre parole, alla domanda di investimenti, di cambiamento e di adeguamento da parte delle imprese fa da contraltare la mancanza di sostegno del mondo del credito.   
D. Quindi c’è una situazione di attesa.
Ferlini.
Gli imprenditori sono ancora poco convinti e chi lo è deve far fronte alla stretta di credito da parte delle banche. Fra le misure adottate c’è stato il sostegno al mondo dei confidi, ma anche in questo ambito l’atteggiamento di chiusura degli istituti di credito è stato molto più forte di quanto ci si aspettasse.
Costa. Alcune banche più attente, per la verità, hanno cominciato a invertire le tendenze: si stanno riavvicinando al territorio, stanno riparlando con le microimprese, tornano a dare alle filiali il ruolo di interfacciamento con la realtà economica locale. Il dialogo, in sostanza, sta riprendendo dopo un periodo di difficoltà. I dati evidenziano un incremento per il nostro settore del 45% delle domande di finanziamento del mese di ottobre e un 68% in controvalore economico. Vuol dire che l’inversione di tendenza  c’è.
D. Quali effetti ha provocato questa crisi?
Costa.
È stato ed è come uno tsunami, un terremoto lontano. E noi stiamo aspettando le onde che non si sa di che intensità siano. Questo ha creato una serie di turbative complessive: il consumatore preoccupato accentua il risparmio, le microimprese tendono a usare tutto il capitale posseduto, i magazzini sono stati svuotati con svendite dei prodotti e in questo momento ci si trova in una fase di riapprovvigionamento. Una ripresa della domanda onestamente c’è, come anche la difficoltà a pagare i fornitori.
Colombo. Ci troviamo in una situazione di calo degli ordinativi e dei fatturati certamente preoccupante. Quasi il 70% delle imprese nostre associate prevede di chiudere l’anno con un fatturato in diminuzione rispetto agli anni precedenti e ci vorrà molto tempo per recuperare i livelli pre-crisi. Una vera ripresa, infatti, è attesa solo nella seconda metà del 2010. E c’è una situazione che ci preoccupa davvero molto. Se non si interviene  in tempo,  Basilea 2 comincerà a manifestare tutti i suoi effetti prociclici con i bilanci del 2009. Significherà che, a esigenze finanziarie crescenti legate proprio alla ripresa, ci ritroveremo con dei bilanci che saranno i peggiori della storia delle nostre imprese, con il rischio quindi di una contrazione del credito.
D. Soffermiamoci sul ruolo dei confidi. Fino a che punto possono sostenere il sistema imprese?  
Costa.
Il loro ruolo non deve essere aumentato con le stesse politiche  che hanno portato alcune banche a dover ripensare il proprio. Adesso c’è questa mania di accentrare e di accorpare. L’attività di intermediazione sociale è una attività minuta, particolare, personalizzata, tailor made.
Colombo. Ci si accorge dell’importanza dei confidi tutte le volte che si presentano nuvole all’orizzonte. Sarebbe opportuno supportare questi enti con sistematicità e con contributi economici crescenti per renderli più efficienti e pronti a rispondere nei momenti di crisi. È un peccato scoprire che alcuni non sono sufficientemente patrimonializzati e che non hanno strutture adatte per rispondere alle punte che derivano da situazioni congiunturali sfavorevoli. A questo punto, inevitabilmente, assumono atteggiamenti prudenziali quando proprio per la loro natura mutualistica dovrebbero avere un comportamento opposto.
Valvason. I confidi sono utili per molteplici aspetti. Non solo per il rilascio delle garanzie e per rendere più agevoli le condizioni bancarie,  che è la motivazione per cui sono nati, ma soprattutto per la conoscenza delle imprese, degli imprenditori e dei settori in cui operano. Aggiungo anche per la valorizzazione degli aspetti qualitativi delle imprese e dei progetti di investimento, rappresentando di fatto una cerniera fra azienda e banca.
D. Mai come adesso il loro ruolo appare determinante.
Valvason.
Permettono all’impresa di presentarsi alla banca in maniera più qualificata e più completa. In questo momento il mondo dei confidi sta assorbendo buona parte delle insolvenze del sistema delle imprese. L’azienda, al di là della garanzia, dal confidi può ricevere quella consulenza finanziaria necessaria a gestire i propri equilibri economici, patrimoniali e finanziari. Spesso alla banca manca la capacità di entrare nel merito dei fattori più qualitativi legati al business dell’impresa. Nel problema dell’accesso al credito, i confidi hanno sempre giocato un ruolo importante e in questo momento ancor di più, visto che i dati relativi al ricorso ai confidi da parte delle banche sono in crescita.        
Ferlini. È anche vero, però, che le banche impongono il ricorso ai consorzi di garanzia in aggiunta anche quando le condizioni precedenti non lo richiedevano. Ciò appesantisce il credito. Di certo non lo agevola.
D. Quanto è cambiato il rapporto con le banche da parte della Pmi?
Colombo.
Bisogna premettere che per molto tempo l’accesso al credito non è stato problematico, poi con l’arrivo della crisi è diventato il problema principale per molte imprese. È vero che c’è stata e c’è una difficoltà di relazione che ha generato dei danni enormi, ma non me la sento di sparare a zero sul sistema creditizio. Le pratiche sono state alla fine evase in modo normale, anche se con una eccessiva dilatazione dei tempi. Per affrontare la situazione, Assolombarda ha accelerato la rinegoziazione degli accordi in essere con i principali istituti di credito a favore dei propri associati. In questo processo, abbiamo considerato cruciale una comunicazione tra banca e impresa attiva e trasparente, per cercare di colmare il gap relazionale che spesso sta alla base dei problemi tra l’azienda e la banca.
Valvason. Se si guardano le sofferenze del sistema bancario, il 77% è generato dalla grande impresa, non dalla piccola e media. Spesso l’errore che si compie è quello di generalizzare il sistema delle imprese tutte, senza considerare l’origine del problema, che è causato proprio dal cattivo pagatore. Questo le banche dovrebbero capirlo, assumendo atteggiamenti coerenti e sostenendo l’impresa valutandone le prospettive, ma senza dimenticare la sua storia.
D. Quali sono gli strumenti che sta utilizzando il mondo dell’artigianato per uscire dalla crisi?
Accornero.
Il nostro è un settore che nel complesso ha tenuto. Non abbiamo riscontrato una morìa significativa di imprese e allo stesso modo non abbiamo avuto riduzione di personale nel senso di licenziamenti netti. Certamente c’è stato un massiccio ricorso all’utilizzo della cassa integrazione in deroga e anche un calo di nuovi avviamenti al lavoro. Le imprese hanno reagito ristrutturandosi anche attraverso mezzi propri, cioè ricorrendo ai capitali di famiglia per sostenere l’attività. Si tratta di importi modesti, 50 mila o 100 mila euro, ovviamente laddove non sono stati erogati dal sistema finanziario. Che ha drasticamente ridotto il sostegno al credito delle imprese. Nei primi sei mesi dell’anno c’è stato un crollo dei finanziamenti concessi. Anche noi rileviamo come sia finita la fase più negativa, ma parlare di ripresa ci sembra prematuro. In prospettiva confermo che c’è una maggiore fiducia per il prossimo futuro. Anche le nostre piccole imprese stanno ripensando la loro mission, ricercando in questo periodo nuove nicchie di mercato ad alto valore aggiunto in cui collocarsi. Penso che all’uscita dalla crisi avremo imprese più strutturate rispetto a oggi, più capitalizzate, con nuovi modelli di gestione, nuovi campionari e nuovi prodotti.
D. Per le aziende del settore agricolo quali impatti ha avuto la crisi?
Franciosi.
Sono proprio le grandi aziende ad avere difficoltà, anche se la crisi per il settore agricolo ha origini lontane, iniziata almeno tre decenni fa. Da quando cioè i mercati mondiali sono stati allargati e le frontiere sono state abbattute. Questo ci ha portato a confrontarci con economie molto più povere, in grado di produrre i nostri stessi prodotti a costi molto più bassi rispetto alle imprese italiane. Il raddoppio dei prezzi ha poi fatto il resto.
D. Come si pongono le banche di fronte alle imprese agricole?
Franciosi.
Il settore del credito non ha mai avuto difficoltà con il mondo agricolo perché comunque l’impresa familiare mette a disposizione come garanzia i propri immobili e i terreni. Hanno avuto bisogno di investimenti soprattutto quelle aziende che hanno cercato di allargare la sfera di attività, come per esempio quelle agrituristiche oppure impegnate nel mondo del biogas e delle energie. Va specificato che l’impresa agricola non redige bilanci, quindi anche per questo motivo l’approccio del sistema bancario con il settore agricolo è diverso. Di fronte alla crisi anche le banche hanno guardato le aziende agricole con un occhio particolare. Solo gli istituti di credito più vicini  territorio, come le banche di credito cooperativo e le popolari hanno mantenuto il credito. Cosa chiedo agli istituti di credito? Guardare la consistenza delle aziende e non chiudere il rubinetto del credito a quelle imprese che hanno in questo momento difficoltà a restituire il prestito. Mi rendo pure conto, però, che anche le banche sono aziende…
D. Il sistema bancario come si è mosso per sostenere le imprese?
Ceruti.
Ha preso coscienza e consapevolezza dello scenario penalizzante per la Pmi e ha cercato di assistere al meglio il sistema produttivo. Oggi, l’erogazione di credito da parte delle banche si è stabilizzata, dopo che nell’ultimo anno aveva registrato aumenti medi del 10%. A fronte di una forte diminuzione delle principali variabili economiche, il credito si posiziona anno su anno ancora in area positiva con un incremento  dell’1% circa. Quindi  il sistema bancario ha cercato di frenare e di tamponare la crisi.  Ancora prima che l’Abi sottoscrivesse l’avviso comune, alcune banche erano già partite a giugno  con iniziative a sostegno della Pmi, attraverso l’utilizzo di prodotti dedicati. Con l’avviso comune il sistema bancario ha affrontato i problemi dell’impresa che la crisi ha reso cruciali, in particolare il sostegno del circolante con la possibilità di prorogare i finanziamenti relativi a crediti certi ed esigibili come lo smobilizzo del portafoglio salvo buon fine, l’anticipo fatture, gli anticipi export. Ulteriore liquidità è stata fornita all’impresa dalla sospensione per 12 mesi del pagamento della quota capitale delle rate dei finanziamenti a medio lungo termine purché in presenza di ritardi non superiori a 180 giorni.
Altro importante intervento in questa direzione è stata la moratoria sulle quote capitale dei finanziamenti in leasing.
Campioni. Citando il rapporto Abi 2009, vorrei sottolineare come, nell’ambito delle attività complessive del sistema bancario in Italia, il 63% sia rappresentato da impieghi alla clientela, quando la media  in Europa (a esclusione del nostro Paese) è del 38%. Il 40% degli impieghi è rappresentato da prestiti alle imprese, contro il 16% della media europea. Che il rapporto banca-impresa sia più forte in Italia che altrove, credo sia un fatto indiscutibile. Inoltre, nell’ambito dei prestiti alle imprese, per esempio nel nostro gruppo, il 50% degli impieghi a clientela è riferito a prestiti concessi alle Pmi e solo il 17% alle grandi aziende. Anche la vicinanza alle Pmi credo sia dimostrata da questi numeri.
D. La selezione è aumentata.
Ceruti.
Le aziende che nel tempo hanno curato di meno la struttura patrimoniale e non si sono sufficientemente rinnovate sono quelle che oggi soffrono maggiormente. A volte la sopravvivenza è legata necessariamente ai processi di aggregazione che il sistema del credito può sostenere con operazioni di “merger” dedicate.  
D. In sintesi quali altri accordi ha siglato l’Abi?
Ceruti.
Fra le intese sottoscritte  ricordo quella per il fondo centrale di garanzia, ancora non completamente utilizzato. E’ stato rifinanziato: una parte è stata destinata ai confidi, un’ altra parte dedicata direttamente alle Pmi con l’effetto per l’impresa di diminuire sensibilmente i costi e per le banche l’utilizzo di capitale. Sottolineo inoltre l’accordo con Sace che facilita con la propria garanzia lo smobilizzo dei crediti sia nei confronti della pubblica amministrazione, sia verso l’estero. Inoltre sottolineo l’accordo con la Cassa Depositi e Prestiti che ha reso disponibili per la Pmi otto miliardi  di euro  a tassi contenuti. Infine ricordo gli accordi raggiunti da Abi per facilitare sul territorio l’erogazione degli anticipi per gli importi dovuti ai lavoratori in cassa integrazione sia straordinaria, sia in deroga.              
D. Mediocredito, invece, cosa ha fatto?
Campioni. Quello che cerchiamo di fare è di contribuire a migliorare il rapporto con le imprese anche dal punto di vista qualitativo. Grazie ai nostri specialisti riusciamo a garantire un’analisi in chiave dinamica dei progetti presentatici, fatta non solo di verifica dei numeri contabili, ma anche e soprattutto dalla condivisione con le imprese dei loro progetti industriali. Abbiamo creato dei desk specialistici che sono in grado di capire le dinamiche dei vari settori e di supportare al meglio l’analisi prospettica delle opportunità di business delle imprese. Abbiamo anche incrementato il numero degli incontri con le associazioni di categoria per capire le esigenze delle imprese. È chiaro come, in questa fase, risulti importante un rapporto banca-impresa improntato alla massima professionalità e reciproca trasparenza.