Taxi, Veltroni decide buoni e cattivi

Massimo Malpica

Walter Veltroni sceglie di trattare la questione taxi con una strategia a geometria variabile, dividendo la categoria in «buoni» e «cattivi». La decisione spacca il fronte delle auto bianche e divide anche sul fronte delle reazioni politiche. Il Campidoglio autocertifica come «successo» l’accordo firmato con solo sette organizzazioni (un terzo della galassia taxi, che conta 21 sigle per 6.100 tassisti, in media un sindacato ogni 290 macchine): Claai, Cgil, Cisl, Uil, Uti, Lega Coop e Cna si sono alzate dal tavolo dopo aver firmato con l’amministrazione il «verbale d’intenti» e come primo atto hanno immediatamente revocato lo sciopero previsto per il 27 novembre. La contabilità delle tessere assegnerebbe comunque ai tassisti «colombe» una decisa maggioranza, con 3.800 iscritti contro i 2.300 del fronte degli irriducibili, che fanno riferimento alle altre associazioni e organizzazioni di categoria, e che ieri sera si sono riuniti al Gianicolo per decidere la linea d’azione. Ma il calcolo non convince tutti (tra i duri c’è l’Uri di Loreno Bittarelli, a capo della «corazzata» 3570), e se nella maggioranza come di consueto gli elogi per l’accordo si sprecano, l’opposizione replica accusando Veltroni di scegliersi la controparte più comoda e invita a sottoporre l’accordo siglato due giorni fa a un referendum tra gli autisti delle auto bianche. An suggerisce poi di riscrivere i criteri secondo cui nella commissione consultiva è il Campidoglio a scegliere i rappresentanti dei tassisti in base alla «rappresentatività sindacale», e propone che la categoria elegga i propri delegati. C’è poi chi spinge per la totale liberalizzazione, come il socialista Donato Robilotta, che boccia anche l’apertura del Campidoglio sull’aumento delle tariffe. Tra gli entusiasti c’è il vicepresidente della commissione regionale mobilità, il diessino Giovanni Carapella. Lui nel verbale d’intenti non vede una spaccatura tra i tassisti ma un successo di Veltroni e Calamante ai quali «va dato atto» di aver voluto tenere aperto il dialogo. Meno idilliaco ma più realista il quadro tratteggiato dal capogruppo Rnp in Regione Giuseppe Celli, che considera «un dovere» del sindaco «isolare i tassisti più intransigenti» e invita Veltroni «a resistere ai ricatti di una categoria che non vuole rinunciare ai privilegi».
Toni diversi nell’opposizione. Per Luca Malcotti, consigliere comunale di An e segretario dell’Ugl Lazio, «è un peccato che Veltroni abdichi al ruolo di concertatore e preferisca la “linea sovietica”: si sceglie gli interlocutori scartando i più ostici che però sono anche i più rappresentativi della categoria taxi». Malcotti stigmatizza anche il rilascio di 1.300 licenze senza aver prima monitorato le effettive esigenze della capitale. «E se si scoprisse che bastavano 500 licenze - chiosa - il sindaco ne ritirerà 800 già assegnate?». Duro con l’amministrazione anche il capogruppo di An in Campidoglio, Marco Marsilio, secondo il quale la «brutta polemica su chi è legittimato a rappresentare gli interessi dei tassisti» è servita a Veltroni e Calamante per «fare la tabella dei buoni e dei cattivi». Marsilio ammette che su 21 sigle «ci sono millantatori che rappresentano solo se stessi», ma proprio per questo considera poco attendibile l’accordo firmato da Veltroni. E così il capogruppo di An propone la sua ricetta per «certificare» il gradimento dell’accordo: «Sottoponiamolo a un referendum così vedremo se è condiviso o meno dai tassisti». Infine, l’idea per azzerare le polemiche sulla rappresentatività. «Nella commissione consultiva i rappresentanti dei taxi - chiude Marsilio - siano eletti dai tassisti e non designati dal Comune su improbabili criteri di rappresentanza di sigle sindacali. Così avremo una rappresentanza legittimata sulla quale nessuno potrà fare strumentalizzazioni».