TAYLOR

Dall’ultimo romanzo di Elizabeth Taylor, Blaming, ovvero La colpa (Neri Pozza, pagg. 176, euro 15, traduzione di Claudia Valeria Letizia), da oggi in libreria, pubblichiamo per gentile concessione dell’editore, un estratto dalle prime pagine.

La Galatea era una via di mezzo tra una nave da carico e un autobus che girava il Mediterraneo; nei vari porti alcuni scendevano, altri salivano. Qualcuno - fra cui Nick e Amy e la loro nuova amica americana, Martha Larkin - aveva prenotato il tour completo, andata e ritorno da Trieste a Trieste. Amy si mise un foulard e fu pronta per uscire. Era la vacanza di Nick, si disse, rinunciando all’aperitivo. Non ci sono stata io tutte quelle settimane in ospedale. A un certo punto aveva pensato che Nick non ce l’avrebbe fatta, che lei sarebbe stata costretta a proseguire da sola quel che restava di una vita senza senso. Non passava giorno che non ricordasse a se stessa quelle settimane di paura.
Arrivata alla passerella, lo precedette; sul molo sudicio stavano scaricando merci dalla stiva. Mentre si avviava verso il pullman che li aspettava, gli disse: «Potremmo cercare dei regali per i bambini». Il figlio aveva trent’anni suonati, ma quando parlava di lui, di sua moglie e delle loro figliolette, Amy li chiamava sempre «i bambini». Attraversarono il ponte di Galata; era il tardo pomeriggio. I marciapiedi del ponte e le vie erano affollati di gente che si apprestava frettolosamente a rincasare dal lavoro e i traghetti facevano la spola da una riva all’altra. Gironzolarono per il grande bazar coperto, continuando a scuotere la testa quando qualche ragazzino gli metteva sotto il naso un oggetto da vendere, e quasi non osarono guardare le vetrine, intimoriti dai proprietari dei negozi, pronti sulla soglia ad assalirli. «Guardare solo. Guardare e basta. No comprare».
Il frastuono e l’aria viziata erano stancanti. Per i bambini non trovarono nulla. Scorsero altri passeggeri della nave: l’antipatica coppia di tedeschi che sul pullman si accaparrava sempre il sedile in prima fila, quello che avrebbe voluto Amy perché Nick non si affaticasse e avesse un po’ d’aria. C’era anche la donna di Alessandria, snella ed elegante, vestita in maniera splendida, che stava comprandosi altri bracciali d’oro; ne portava già tanti che, quando alzava le mani per lisciarsi i capelli, i bracciali le scivolavano delicatamente fino ai gomiti con un tintinnio gorgogliante. Amy seguitava a controllare l’orologio. Fra una ventina di minuti dovevano ritrovarsi tutti fuori, all’entrata dei giardini. «Qualunque ora facciamo» annunciò, «prima di cena ho intenzione di prendermi un aperitivo». Lui la guardò e sorrise. «D’accordo» le disse. «D’accordo». Per una volta, non avendo trovato granché da esaminare, camminava al passo con lei e non aveva nulla in contrario ad andar via. All’inizio, quando i venditori la importunavano, Amy aveva sorriso educatamente scuotendo la testa; ormai, però, stava diventando brusca. I venditori che avrebbe incontrato alla fine di quel giro si sarebbero meravigliati della scortesia delle inglesi.
Verso l’ora del ritorno Nick e Amy videro Martha Larkin che girovagava sola, come sempre. Si era comprata una borsa di cuoio lavorato che mandava un odore piuttosto forte. «Non avrei dovuto» disse Martha, tenendo la borsa ben lontana da loro. «Magari col tempo va via» disse Amy. Anche altri del gruppo avevano comprato pelletteria, sicché tutti furono contenti di scendere dal pullman e respirare un po’ d’aria fresca. Amy salì svelta la passerella (verso il suo gin), ma non appena mise piede sulla nave si ricordò di Nick. Si fece da parte per far passare i due caparbi tedeschi e lo vide che veniva su lento, affannato, un passo dopo l’altro, con Martha al fianco. Fu presa dai rimorsi. Sul ponte, Nick rispose a Martha con qualche pacca sul braccio, per risparmiare il fiato, e Amy se ne ebbe a male, com’era successo tanti anni prima quando il figlio ancora piccolo aveva accettato, contento, le coccole di altre persone.
In quel momento comparve un cameriere che battè il gong. «Ma è assurdo» disse Amy. «Chi può essere già pronto per la cena? Comunque, è colpa loro se abbiamo fatto tardi». «Venga» disse Nick a Martha. «Aperitivo in cabina. Ci beviamo un gin di nascosto». La loro cabina era a due passi; Nick si avviò determinato e quando la raggiunse si era ripreso perfettamente.
A parte il commissario di bordo, gli steward e i negozianti, Nick e Amy Henderson erano le uniche persone con cui Martha avesse parlato durante quella vacanza. Avendo una vera passione per la propria lingua, non riusciva ad assimilarne altre, anche se le suscitavano reazioni forti: un senso di inferiorità quando udiva il francese, malinconia sentendo l’italiano, antipatia per il tedesco. Aveva ascoltato i discorsi di Nick e Amy non solo con il sollievo di capire quello che dicevano, ma con il consueto, appassionato piacere che le dava un certo giro di frase e l’orecchio che aveva per le sfumature.
Martha era una scrittrice, fra l’altro espatriata, autrice di tristi racconti che parlavano di amori finiti, di donne depresse e deprimenti. I suoi pochi romanzi erano libri eleganti, stampati con ampi margini su carta di qualità, recensiti con favore e più o meno ignoti. Martha aspettava di venire scoperta senza darsene pensiero. Aveva sperato di potersi pagare la vacanza con le vendite del suo ultimo romanzo, ma adesso si rendeva conto che avrebbe dovuto attingere ai risparmi, e forse chiedere un prestito. Gli Henderson l’avevano incuriosita. Almeno in parte, le consentivano di realizzare uno degli obiettivi di quel viaggio costoso, cioè stringere una simpatica amicizia con degli sconosciuti. Come tante altre coppie di mezz’età, senza figli, che aveva osservato, sembravano devoti l’uno all’altra (probabile che si dicesse sempre così di loro). La successiva notizia dell’esistenza di un figlio e due nipotine l’aveva contrariata, perché non rientravano nell’idea che si era fatta.