IL TEATRINO DELL’ASSURDO

Su questo Giornale non abbiamo mai lesinato critiche a Enrico Preziosi. Crediamo che i suoi errori estivi, anche quelli in buona fede, abbiano causato troppo dolore a tutto il popolo genoano. Poi, certo, ci sono le forzature del processo sportivo; lo scandalo delle date sbagliate su cui il nostro Diego Pistacchi ha condotto una straordinaria inchiesta, che mostra tutte le stranezze dell’operato della giustizia sportiva, dove «stranezze» è un simpatico eufemismo per non usare termini più pesanti; il fatto che il Genoa sia stato punito severamente in un calcio di impuniti, capro espiatorio che paga per tutti. Ma, per l’appunto, tutto questo non deve far dimenticare che il patron rossoblù, comunque, ha sbagliato, pesantemente, e andava censurato. Così come lo censureremo, senza atteggiamenti fideistici e frasi sbagliate e controproducenti tipo «Enrico non si tocca», se dovessero emergere novità contro di lui dalle inchieste in corso. Così come lo difenderemo se, al contrario, risulterà vittima di una giustizia ingiusta.
I giornalisti non devono fare i tifosi. I giornalisti devono fare i giornalisti, che è un mestiere diverso. E cercare di essere sempre onesti intellettualmente. E proprio perchè siamo l’edizione genovese e ligure del Giornale e non l’«Eco di Preziosi», e proprio perchè non abbiamo mai lesinato critiche allo stile del presidente rossoblù, ad alcuni aspetti dell’idea della Fondazione, come il coivolgimento degli enti locali, che non condividiamo, o alla scelta di non puntare su alcuni giovani cresciuti nel Genoa, non abbiamo alcun problema a riconoscere che - quando si è trattato di mettere in piedi squadre competitive sul campo - Preziosi ha sempre fatto un ottimo lavoro. Sul campo aveva vinto la serie B e sul campo è primo in C1.
Insomma, si giudica sulle singole cose. Non, a prescindere, pro o contro qualcuno. E, oggi, il giudizio sul nuovo deferimento del Genoa per il ricorso al Tar è di incredulità e di sconcerto. Anche perchè arriva dagli stessi signori che hanno scritto su carta intestata che, anzichè alla giustizia civile, si sarebbe dovuto ricorrere a quella amministrativa. Ma dove siamo? Ma a che gioco giochiamo? Ma chi vogliamo prendere in giro?
Io, personalmente, ho scritto e detto più volte che tutta questa strategia del Genoa sui processi e sui ricorsi è stata completamente sbagliata. A Roma, si sarebbe detto che gli avvocati rossoblù, «nun ce vonno stà». Anzichè puntare alla riduzione del danno, si sono incaponiti in ricorsi e controricorsi, alcuni dei quali assurdi. E la stampa ce ne ha messo del suo, descrivendo iniziative azzardate come geniali. Scrivere roba come «lo splendido ricorso dell’avvocato D’Angelo» (non ci è stato risparmiato nemmeno questo, nell’incredibile estate genoana), non aiuta nemmeno D’Angelo. Figuriamoci il Genoa.
Ma - tolto agli avvocati tutto ciò che va tolto agli avvocati - il deferimento di ieri è forse il punto più basso raggiunto in questa vicenda. Non si può continuare a giocare con il Genoa, come il gatto con il topo. Leggetevi i virgolettati del grande lavoro fatto dal nostro Diego Pistacchi e capirete che siamo al teatro dell’assurdo. Altro che Ionesco, altro che Pinter, altro che Beckett (che non sono giocatori dell’Hertha Berlino).
Leggendo queste carte, non c’è Genoa e non c’è Sampdoria. C’è solo la logica. E - persino chi, come me, non è genoano, ma romanista e non ama Preziosi e i suoi modi - non può fare a meno di diventare rossoblù. Blu di rabbia. E rosso di vergogna per quello che sta succedendo alla giustizia sportiva.