Teatro Carcano

A guardarla da vicino sembra un'adolescente contagiata suo malgrado, come il Wilhelm Meister di Goethe, dalla passione più esclusiva e pericolosa che ci sia, quella del teatro. Dato che anche fuori scena Elena Bucci (al Teatro Carcano con La locandiera di Goldoni fino al 7 marzo, info: 02-55181377, www.teatrocarcano.com), pare appena sbucata da una quinta con la sua voce trillante e gentile come un folletto, a mezza via tra Ariel e il Puck del Sogno di una notte di mezza estate. Glielo dico, e lei subito esplode in una fragorosa risata. «Per chi mi ha preso? - dice divertita -. Io sono una persona assolutamente semplice, quasi banale». Ne è proprio sicura? Non sarà per caso il vezzo tipico di un'allieva modello? «Ma che vezzo d'Egitto! - prorompe lei con finta collera -. Si è scordato che il maestro mio e di Marco Sgrosso che mi coadiuva nella direzione della compagnia Le Belle Bandiere, era il grande Leo De Berardinis?». Lo so, ma questo… «Vuol dire che c'entra? Glielo spiego subito. Leo diceva sempre che era inutile, dopo anni di training, che lo studiassi come un libro aperto. "Adesso devi far da te, Elena", mi ripeteva sempre. "Viene il momento che la figlia adulta deve imparare a camminare da sola, hai capito?". Se lo dice lei.. Ma ci tolga una curiosità: come mai Elena Bucci che viene dal teatro di ricerca, recita i classici e non i contemporanei? «Allude alla Locandiera qui al Carcano? - incalza lei sulla difensiva-. Si rende conto di quello che dice? Goldoni è il più moderno dei moderni, sarà d'accordo, spero». Non c'è dubbio, ma non ha risposto alla domanda. «Rimedio subito sfatando un mito. Per me la parola ricerca non significa nulla. Poiché nel nostro mestiere c'è chi lavora per regalare al pubblico qualcosa da pensare e chi invece lo sfrutta puntando sugli aspetti più vili del mercato, tutto qui». Ha ragione, ma non crede che ci siano già gli Stabili a produrre oggi Shakespeare e domani Molière? «Senza toglier meriti a nessuno, non vedo perché noi non dovremmo rileggere la storia del teatro con l'impegno, la dedizione, la passione tipici della nuova generazione». Mi sta dicendo che è ora che i giovani si riapproprino dei testi fino a ieri appannaggio dei Grandi Anziani della nostra scena? «Esatto. Dato che io voglio trascinare a teatro quella fascia di coetanei che pensano al palcoscenico con l'entusiasmo di chi un tempo era costretto a deglutire l'olio di ricino». Torniamo alla Locandiera, vuole? Come la legge oggi un gruppo come Le Belle Bandiere? «Siamo partiti da una constatazione precisa. Per Goldoni che l'ha scritta su misura degli attori coi quali condivideva gioie e dolori, il copione rispecchiava la le contraddizioni e i punti fermi della realtà sociale del suo tempo». E con ciò? «Pensi al conflitto, nel testo, tra un nobile in dissesto come il marchese e un borghese arricchito come il conte che il titolo se lo è aggiudicato in contanti. L'uno e l'altro vorrebbero sedurre Mirandolina equidistante tra i due come una bilancia o meglio come un metronomo». Cosa accade nel vostro spettacolo? «Un fondale-schermo, come nel nostro Macbeth, proietta uomini e cose dal retropalco come in un acquario. A tratti il pubblico ci scorge come se fossimo dei fantasmi: siamo le ombre di un mondo scomparso che tra poco ci imporrà la sua presenza». Ha un messaggio lo spettacolo? «Posso dirle che la locanda da spazio astratto si muta nella radiografia clinica dell'Italia, il nostro Belpaese, rimasto immutato oggi come ieri, non le basta?». Elena Bucci, vincitrice nel 2000 del Premio Ubu, ha fondato con Marco Sgrosso, in collaborazione con Andrea De Luca, l'associazione Le Belle Bandiere a Russi (Ravenna). Una compagnia teatrale impegnata nella rilettura dei classici che, nel tempo, ha collaborato anche con Enzo Vetrano e Stefano Randisi oltre che col Teatro degli Incamminati. La «loro» Locandiera, primo tassello di un progetto di studio su Goldoni, è la terza di questa stagione. Dopo quella maliziosa e sofisticata di Buscemi con Eva Robin's e quella filologica e graffiante di Carriglio con Galatea Ranzi a Palermo, la rilettura di Bucci-Sgrosso punta tutte le sue carte sul recupero in chiave moderna di questo capolavoro, considerato il prototipo assoluto della società italiana. Dopo un analogo processo di svecchiamento della tradizione compiuto negli anni su Molière, Shakespeare e Ibsen.