Al teatro Cargo dopo il «Diluvio» ritorna la vita

Un Emanuele Conte in cui si riscontra a pieno l'eredità paterna nel fare teatro, questo che da L'automne a Pekin di Boris Vian ha tratto il suo ultimo spettacolo Il viaggiatore onirico. Stessa grazia e stessa agilità scenica in cui costumi e luci giocano con il bianco e nero come accadeva nell'Ubu Re messo in scena da Tonino nel 1975. Una fantastica atmosfera che coinvolge lo spettatore di ogni età che si sente trasportato come in un sogno all'interno di una fiaba che si dipana in una dimensione grottesca in bilico tra fantasia e realtà. Del testo di Vian è conservata la struttura del racconto, ma il resto viaggia liberamente in mano ai personaggi che si destreggiano abilmente tra botole e porte oblique da cui entrano ed escono con l'agilità di ballerini sfidando ogni legge di gravità. Una storia poetica dai toni bizzarri che inizia con l'apparire di un orologio a cucù proiettato su un tulle crespato che copre la scena, che scandisce il tempo fino a fermarsi improvvisamente. Ma il tempo si sa, non si può e non si deve fermare, per questo arriva subito dal fondo della platea una specie di Pierrot che salito sul palco ridà la carica all'orologio che riparte dando vita ad un cervello meccanico che mette in moto tutta l'attività onirica dell'uomo. Ed ecco che caduto il tulle appare la scena dominata dai disegni animati di Gregorio Giannotta, personaggi che prendono vita insieme agli attori coi quali interagiscono in maniera perfetta tanto che è difficile fare distinzione tra gli uni e gli altri grazie anche ai costumi di Bruno Cereseto che riprendono fedelmente il tratto dell'illustratore genovese. Gli attori hanno ognuno la propria caratterizzazione precisa nel tono della voce e nei movimenti che fa di loro dei burattini senza fili che si muovono leggiadri sulle note della musica jazz di Dado Moroni. Personaggi subdoli ed ambigui da cui non esce alcuna parvenza di umanità, che di «mors tua vita mea» hanno fatto la loro dottrina per sopravvivere in una terra fantastica, Exopotamia, in cui non c'è aria. Uno spettacolo riuscito quello di Conte che assieme alla sua compagnia di ottimi attori offre uno spettacolo intelligente e dal gusto raffinato capace di districarsi sulle dinamiche della comunicazione inconscia con scioltezza, cavalcando le regole della patofisica senza paura di cadere.