Teatro Castri e un «Porcile» antinazista

C’era un prato verde scuro popolato di letti/tomba dalle coperte violacee a fare da sfondo alle belle intuizioni registiche con cui, nel ’98, Massimo Castri dette corpo ad un’intensa lettura scenica di Orgia. E c’è un prato verde scuro anche nel più recente lavoro pasoliniano del regista di Cortona, quel Porcile dall’atmosfera fiabesca e grottescamente infantile che, di scena ora all’Argentina, segna il ritorno alla drammaturgia del poeta friulano e, nel contempo, la conclusione di una trilogia sulle crisi e i cambiamenti del mondo che comprende i precedenti Alcesti e Tre sorelle. D’altronde qui abbiamo a che fare proprio con una crisi (personale, sociale, storica, etica, ideologica): dapprima edulcorata con giochi e seduzioni adolescenziali che su quel prato sghembo e abnormemente fiorito (scenografia di Maurizio Balò) assumono le sembianze di una fuga dalla realtà; poi, sempre più chiara, più decifrabile, più condivisibile e universale. Per quanto imprevedibile nel suo scabroso epilogo: Julian, rampollo di una ricca famiglia di industriali, rifiuta il sistema sociale in cui vive e gli preferisce un porcile, salvo poi perdere la vita sbranato proprio da quei maiali con cui si sente al sicuro. Come sempre, Castri dà dell’opera una lettura originale (molto diversa, per esempio, da quelle di Federico Tiezzi e di Antonio Latella), che si muove tra declinazioni espressioniste, citazioni dotte e carica simbolica. Quasi si trattasse di un sogno fanciullesco e terribile in cui i personaggi di contorno sembrano icone di un capitalismo arrogante che puzza di sopruso nazista.