Teatro, chi vuol uccidere il dialettale a Genova?

(...) culturali della nostra città. Ospitando, soprattutto, le compagnie amatoriali, dialettali e di operetta che, dal basso, sono una delle anime del nostro teatro - molto più di tanti che se la tirano da superimpegnati, ma sembrano soprattutto superimpegnati a non farsi capire dal loro pubblico - ma che spesso non avevano diritto di cittadinanza nelle sale che vantano maggiori quarti di nobiltà.
Non voglio entrare nel merito legale del bando che ha assegnato il teatro della Gioventù ad un altro operatore, nè nelle sfumature legali che hanno portato Lavizzari a non partecipare a questo nuovo bando, presentando un ricorso straordinario al presidente della Repubblica per contestarlo. E non voglio nemmeno entrare nella scelta, a mio parere sbagliatissima, della Regione che ha scritto il bando, contestata persino dal Comune di Genova.
Al di là dei tecnicismi, del fatto che il bando fosse stato scritto seguendo i dettami giuridici di Hans Kelsen o quelli linguistici dell’Accademia della Crusca, il punto centrale è proprio quello dei contenuti. E cioè che, se il teatro della Gioventù senza Giunio Lavizzari Cuneo smetterà di essere la casa del teatro dialettale, Genova sarà molto più povera.
Abbiamo pubblicato la fotografia di Gilberto Govi, ma è solo la punta di un iceberg di un movimento importantissimo che conta decine di migliaia di appassionati e a Genova e in Liguria. Solo coloro che hanno la puzzetta sotto il naso incorporata possono negare l’importanza del teatro dialettale, che in questi anni ha avuto diritto di cittadinanza al teatro della Gioventù e in poche altre sale. Penso ad esempio, al meritorio teatro Carignano di viale di villa Glori dietro via Corsica o all’Albatros di via Roggerone a Rivarolo, oltre ad alcune rappresentazioni al Govi di Bolzaneto, agli Emiliani di Nervi o al San Pietro di piazza Frassinetti a Quinto.
Insomma, il teatro della Gioventù senza le compagnie dialettali e amatoriali e senza l’operetta non sarebbe più il teatro della Gioventù come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi. Ma c’è di più: senza le sinergie fra la sala di via Cesarea e il teatro Verdi di Sestri Ponente, anche il rilancio della struttura sestrese potrebbe essere rallentato, se non fermato.
Ecco, sembrerebbe che - con una sola decisione, quella della Regione Liguria - si sia riusciti a fare il massimo danno possibile. Rischiando di azzerare un patrimonio culturale e identitario della nostra città, quello del dialetto e della lingua genovese.
Mica finita. Se anche il teatro della Gioventù diventasse una sala a programmazione «normale» o, se preferite, «generalista», come quella di tante altre sale, rischierebbero di essere danneggiati anche altri teatri. Ma, soprattutto, il vero rischio potrebbe essere quello che corrono i teatri che hanno la forza e il coraggio di fare programmazione anche in periferia, primi fra tutti il Modena di Sampierdarena e il Cargo di Voltri.
Ecco, fare teatro in via Buranello, in piazza Modena o in piazza Odicini, non è la stessa cosa che farla a De Ferrari. E occorre dare atto a chi l’ha capito - prima fra tutti la Feg di Duccio Garrone e del suo braccio destro Paolo Corradi - che fare teatro, iniziative e cultura in queste realtà è molto più «sociale» di tante iniziative ammantate di socialità e plurifinanziate.
I manifesti appesi in questi giorni da Lavizzari sul portone di via Cesarea, quelle scritte «vergogna!» a caratteri cubitali, quella frase choc («Il teatro della gioventù, come lo abbiamo conosciuto in questi sei anni, non ci sarà più: niente operette, niente commedie dialettali, niente commedie brillanti, niente musica, niente opera»), sono qualcosa che fa male.
Sarebbe una perdita gravissima, al di là delle commedie. Ma c’è il tempo di scrivere un altro copione.