Teatro La Demattè rivive la tragedia della giovane Etty

«Eppure la vita è meravigliosamente buona nella sua inesplicabile profondità»: così scrive Etty Hillesum in una lettera spedita dal campo di smistamento di Westerbork, in Olanda, cinque giorni prima di essere trasferita ad Auschwitz, dove muore il 30 novembre 1943. La peculiarità dell'atteggiamento della Hillesum, ciò che la rende una delle figure meno classificabili e più sbalorditive della cultura ebraica del Novecento, sta in quell'«eppure», nella capacità di eccepire anche di fronte all'assolutezza del male. Etty non è affatto un'inguaribile ottimista, né tantomeno un'illusa: sa già da tempo che «i nazisti vogliono il totale annientamento del popolo ebraico», sa che quello che sta succedendo è male e che «ci si deve opporre», ma sa anche che c'è qualcosa di più importante: una forma di resistenza radicale al male che consiste nell'avere caparbiamente fiducia nella vita. In una delle ultime pagine dei suoi diari troviamo questa sconcertante ma inequivocabile affermazione: «Voglio stare proprio in mezzo ai cosiddetti "orrori" e dire ugualmente che la vita è bella». Proprio ai diari e all'epistolario della Hillesum, pubblicati in Italia da Adelphi, si richiama «Cercando un tetto a Dio», lo spettacolo che debutta oggi, Giornata della memoria, alla Sala Fontana. In una scena quasi del tutto sgombra, che per il giovane regista Andrea Chiodi «consente alle parole di risuonare meglio», si muove nei panni di Etty soltanto Angela Dematté. Dalla voce di questa attrice di 27 anni veniamo a conoscere i dettagli dell'esistenza di una ragazza irrequieta, sensuale e sofisticata, cresciuta nella borghesia ebraica e intellettuale di Amsterdam, che quando inizia a scrivere ha la stessa età della sua interprete. Si tratta di una giovane «straordinariamente moderna», come la definisce Marina Corradi, autrice della drammaturgia dello spettacolo, che vive ansie e dubbi molto attuali, ma che nel corso di due anni scopre dentro di sé una religiosità che supera i confini dell'ebraismo e che la spinge a riflettere sulla prima lettera ai Corinzi di San Paolo e su alcuni passi dei Vangeli. Più che di una fede cieca nei testi sacri, si tratta di un senso di intimità con Dio che si nutre della percezione di un'universale fragilità: «se Dio non mi aiuterà più - afferma Etty - allora sarò io ad aiutare Dio».