Teatro e arte raccontano il dramma del Caravaggio

Successo a Brera per «La cena in Emmaus» messa in scena dal regista Baliani

Ferdinando Maffioli

Il vangelo di Luca, la vita violenta e stravagante di un pittore «maledetto», un suo quadro famoso, cinque bravi attori e un’abile regia: ecco l'originale canovaccio pittorico-teatrale di «La cena in Emmaus», di Marco Baliani, autore, attore e regista. Il racconto è andato in scena per quattro sere nel cortile d'onore della Pinacoteca di Brera, con il supporto della sovrintendenza di Milano per il patrimonio storico, artistico eD etnoantropologico (e con la collaborazione di Siemens e Vodafone).
Obiettivo dell'opera raccontare «dal vivo» l'arte del grande Caravaggio, il suo tormentato percorso creativo, la disperazione del suo fuggiasco vagabondare dopo l'uccisione di un uomo a Roma, nel 1606, l'inesausta speranza di perdono proprio in nome di Colui che così tante volte aveva filigranato i suoi capolavori. «Il nostro scopo è ritrovare l’atto creativo del dipingere come materia vivente in movimento - ha detto il regista Marco Baliani -. Ritrovare la composizione del quadro, in questo caso la Cena in Emmaus, come un'opera teatrale in divenire. Fatta di difficoltà, imprevisti, rotture, intuizioni». In questo modo la bravura di Maria Maglietta, Roberto Anglicani, Mirto Baliani, Mariano Nieddu, e dello stesso Marco Baliani, ha srotolato sul palcoscenico il dramma esistenziale di Caravaggio, ma non solo. Grazie al piroettare di un riflettore, la luce tesse e inquadra, in scena, alcuni dei suoi lavori più noti, da «La deposizione nel sepolcro» alla «Flagellazione di Cristo» , al «David con la testa di Golia». Sullo sfondo nero, è proprio l'uso caravaggesco della luce a scolpire le figure degli attori in «quadri viventi», lampi di un mosaico dialettico tra il dolore dell'artista e il suo condensarsi, trasmutarsi sulla tela, tra il dispotismo delle circostanze e l'estasi creativa, tra l'isterilimento di un omicidio e la sue esaltazione in un'arte in un certo verso riparatrice.
Nel racconto teatrale si incrociano e si sovrappongono due storie, lontane sedici secoli, eppure vicine, complementari. Imperniate sul racconto di due osti: quello della locanda di Emmaus, il villaggio a sette miglia da Gerusalemme, e l'altro, che ha la taverna romana nei pressi del campo di gioco della pallacorda. Il primo è sorpreso e incuriosito da quello strano viandante arrivato a tarda sera che spezza il pane e lo benedice; il secondo è sorpreso e inorridito da un corpo agonizzante che mani ignote gli lasciano sul pavimento, la tarda sera del 28 maggio 1606.
Minimo comun denominatore di questi due universi temporali è Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. È il pittore lombardo che ha fatto della Cena in Emmaus il tema di due suoi capolavori (il secondo è appunto nella Pinacoteca di Brera), l'artista che nei suoi soggetti sacri ha messo l'aureola a donne scandalose, scegliendo i volti di prostitute che sono state anche sue amanti. Una di queste, Lena, ha prestato il viso alla «Madonna dei pellegrini» e anche alla «Madonna dei Palafrenieri» (commissionata dalla Confraternita papale ma poi rifiutata). E in scena è proprio Lena la causa del delitto di Caravaggio. È lei al centro della lite con Ranuccio Tomassoni. Il pittore non vuole uccidere l'avversario, suo rivale in amore, lo colpisce all'inguine. Ma il sangue scorre copioso, inarrestabile. Michelangelo è un assassino. Iniziano gli ultimi anni dell'artista, in fuga tra Napoli, Malta e la Sicilia. Il pittore lombardo si sente un morto vivente, sogna la sua testa mozzata, come quella di Golia. Ma sogna anche il perdono. La misericordia di quel Gesù che ha dipinto nella cena in Emmaus. «Un uomo che veniva da una famiglia che lavorava il legno e che aveva deciso di lavorare i cuori, spesso molto più duri del legno».
«Lavorerà» anche il cuore di Michelangelo? La speranza e la risposta sono, forse, nel gesto della mano di Gesù che benedice il pane - rivelandosi così ai due discepoli - nella locanda di Emmaus.
Quel gesto che chiude il racconto e che è ormai immortalato nel quadro esposto a Brera. Ed è qui che tutti corrono, calato il sipario. Pensando a quale gioia culturale sarebbe se ogni capolavoro dell'arte, ogni supremo atto creativo del dipingere, potesse contare sull'amichevole supporto del teatro.