IL TEATRO DI GOVI DIVERTE ANCORA

Il teatro di prosa rappresentò negli anni Cinquanta uno degli appuntamenti preferiti dal pubblico televisivo, che stava crescendo in maniera sorprendente. Il repertorio proposto era di qualità e insieme d'intrattenimento. Dietro la sua programmazione c'erano uomini di teatro del livello del direttore dei programmi televisivi Sergio Pugliese, già drammaturgo di successo, e di Carlo Terron, autore e critico di primissimo piano. Il fenomeno televisivo della prosa fu, però, legato a un attore genovese che recitava a teatro modeste commedie in vernacolo di autori non citati neppure nelle enciclopedie. Si chiamava Gilberto Govi e l'intuizione di proporlo in Tv fu di Sergio Pugliese, che lo aveva ammirato più volte a teatro in personaggi disegnati con una vena di caricaturista (Govi aveva frequentato l'Accademia di Belle Arti). I personaggi che interpretava erano mariti tiranneggiati da mogli petulanti o addirittura insopportabili, burberi alla fine benefici, avari assai genovesi, bottegai incartapecoriti, uomini con cravatte pretenziose e occhiali a stanghetta, dai sopraccigli ben marcati. Se Govi era un maestro nelle truccature, le battute che uscivano dalla sua bocca diventavano, come scrisse un critico, «smorfia clownesca, ammiccamento, broncio». Fin dalla prima apparizione sul teleschermo, il 3 maggio del 1957, con il suo cavallo di battaglia, I maneggi per maritare una ragazza di Nicolò Bacigalupo, Govi si impose ai telespettatori con i suoi guizzi maliziosi, le sue impazienze, i suoi mugugni, le sue risatine sornione. Il successo fu inimmaginabile anche per chi l'aveva voluto in Tv e d'altra parte non deve stupire se ancora oggi, a quarant'anni dalla morte di Govi, vengono riproposte nelle edicole, addirittura in Dvd, le commedie da lui interpretate. Un successo, peraltro, frutto di un lavoro realizzativo non facile. Dapprima si era pensato di ricreare lo spettacolo in studio con tutti i vantaggi del caso, ma Govi, dopo qualche timido entusiasmo, decise che lui, sua moglie Rina e gli altri attori avrebbero perso in ritmo e spontaneità, senza l'apporto del pubblico, delle sue risate soprattutto. La Rai incaricò così un regista interno, Vittorio Brignole, perché riprendesse la commedia da un teatro di Genova. La comicità di Govi appariva, però, troppo teatrale, mentre Brignole gli chiedeva una maggiore misura. Insomma non mancarono i contrasti, ma alla fine Govi capì soprattutto l'importanza dei primi piani: «Quando vedo venirmi addosso la camera, tutto il mio sforzo è per controllarmi: la camera ti legge i pensieri e te li cava fuori. Questo è per me il segreto del teatro in televisione: la lettura del pensiero».