Teatro India L’«Amleto» diventa un mosaico

Un Amleto come non l’avete mai visto: scandagliato in profondità, smontato in sezioni distinte, affrontato secondo tematiche diverse e poi rimontato seguendo la prospettiva dei personaggi più importanti. Un Amleto affresco. O meglio, un Amleto mosaico, le cui singole tessere sono però esse stesse dei piccoli quadri in movimento: compiute ognuna in sé e, al contempo, concepite per incastrarsi perfettamente una vicino all’altra. Ce lo propone Antonio Latella - regista senza dubbio non schivo alle imprese sceniche fuori dal convenzionale - nel suo «Non essere - Progetto Hamlet’s Potraits», complessa rilettura del capolavoro shakespeariano che, costruita in sinergia con gli interpreti e già presentata lo scorso giugno al Festival delle Colline Torinesi, ha debuttato ieri sera al teatro India.
Ma vediamo meglio di cosa si tratta. Partendo dal presupposto che questa tragedia rappresenti da sempre un testo monster, e cioè una straordinaria summa dell’esistenza umana, della fragilità moderna, delle tensioni emotive più diffuse («Amleto possiede tutta l’oscurità che appartiene alla vita. Vi sono tanti Amleti quante malinconie», scrive Oscar Wilde) e disegnando una traiettoria generale che dal «non essere» conduce all’essere, dalla pagina bianca alla pagina scritta, Latella e i suoi attori (tra gli altri, Marco Foschi, Silvia Ajelli, Annibale Pavone, Enrico Roccaforte, Rosario Tedesco) ne hanno ricavato dieci piani sequenza che affrontano cinque temi portanti dell’opera, così come suggeriscono i titoli stessi dei relativi spettacoli («Ombre», «Potere», «Fratelli/Follia», «Spie», «Testamento»). Ognuno poi di questi cinque capitoli (composto ognuno da due piani sequenza e fruibile singolarmente) ci mette sulle tracce di uno o più personaggi: ora compaiono i becchini, ora Claudio, ora Gertrude, ora Laerte, ora Ofelia, ora lo stesso Amleto. Unico filo rosso, Orazio, presente in tutti i quadri: «È il testimone. Lui è la vera pagina bianca - spiega il regista -. Nessuno ha paura di Orazio o lo odia: è l’unico personaggio che ha il permesso di entrare in ogni stanza». L’operazione tuttavia non si ferma qui. Perché questa suggestiva riscrittura della tragedia (ce la immaginiamo essenzialmente come un corpo a corpo tra parola e attore) può essere accostata anche integralmente, solo sabato 14, nel corso di una maratona teatrale (dalle 17 a notte fonda) che supera persino le sfide più ardite di Ronconi per avvicinarsi ai chilometrici allestimenti di Bob Wilson, regista statunitense assai noto per le sue performance lunghe anche interi giorni. E non è un caso che a chiudere «Hamlet’s Portraits» sia proprio «Hamletmachine» di Heiner Müller, inquietante interpretazione contemporanea dell’Amleto messa in scena dallo stesso Wilson in uno storico allestimento dell’86.
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