Teatro «Lola che dilati la camicia», l’Elfo celebra l’eroina di Baliani

«Lola ch'ai di latti la cammisa» è un verso della Cavalleria Rusticana. Che è poi diventato «Lola che dilati la camicia» nella trasformazione poetica di Alda Merini (e chi meglio di lei incarna nel contemporaneo la mimesi di Adalgisa Conti?). Ripresa per allestimento e attori di un classico dell'Elfo, Lola è anche una delle primissime prove, datata 1996, di un regista e attore, Marco Baliani, che poi è diventato uno dei punti di riferimento della scena teatrale italiana. Insomma, sembra recupero di quel che dovrebbe essere ormai lettera morta. E invece, regge la prova del tempo come pochi altri. Il tempo, anzi, pare avergli giovato. Quel che allora era ricerca, essenzialità nei toni di Cristina Crippa (Adalgisa) e Patricia Savastano (la sua infermiera), oggi diventa candida profondità, fremito costante. Quel che era nudità innovatrice di garze e luci e zinco, oggi si fa stile, scolpito e austero. La storia di Adalgisa Conti, riportata alla luce dai suoi stessi scritti, raccolti nel 1978 - e oggi ahinoi introvabili, anche se meritoriamente ripubblicati da Jaca Book nel 2000 - da Luciano Della Mea - è quella di una donna oppressa. Potremmo fermarci qui e lasciarvi scoprire o riscoprire a teatro che cosa significasse essere donna senza diritti ancora in anni che amiamo definire spensierati. Perché settant'anni rimase Adalgisa al manicomio di Arezzo e il conto è presto fatto. Ma per amor di riassunto diremo che la Conti, internata per volere del marito Probo nel 1914 a soli ventisei anni, alzò lo sguardo fiero di speranza e scrisse al proprio medico. Questo non la salvò. L'istituto manicomiale era ben lungi dall'ascoltare le richieste dei pazienti e chi rimase fuori dalle mura del nosocomio, marito compreso, si scordò presto di lei. Ma forse salverà noi, e molti altri, dall'inconsapevolezza. Adalgisa narrò. Come un corpo giunga a ferirsi e a negarsi, come una sessualità venga torturata, come una creatura subisca infime umiliazioni eppure continui a credere. Nella memoria, nel cuore, in una canzone, nei fiori. E il suo capo docile levato a denunciare, e la successiva dolcissima accettazione del marchio della follia come estremo martirio, vivono in ogni minuto sul palco dell'Elfo oggi, in uno spettacolo che vedere è dovere, e bisogno.