«Il teatro a Milano? Rimpiango gli anni Ottanta»

Tra il 1955 e il 1990 Milano ha avuto il suo momento di massimo splendore, almeno per quanto riguarda l’ambito teatrale, riscuotendo l’attenzione anche di altre città europee e detenendo il «primato assoluto» in Italia. Erano gli anni, per intenderci, in cui Giorgio Strehler fondava il Piccolo Teatro insieme con Paolo Grassi, e il Crt ospitava le migliori regie e l’avanguardia del panorama italiano e continentale. E l’epoca in cui, al Franco Parenti, Testori portava le sue drammaturgie o, ancora, in cui grandi nomi italiani, come Squarzina e Missiroli, che stavano fondando la «storia» della regia nel nostro Paese, venivano nel capoluogo lombardo con i loro spettacoli. «Oggi non è più così - afferma Paolo Bosisio, professore di Storia del teatro e dello spettacolo alla “Statale“ e presidente del corso di laurea magistrale in Scienze dello spettacolo -. Eppure a Milano il pubblico è attento, affettuoso e amato dalle compagnie: questa città meriterebbe molto di più in termini di qualità dell’offerta. Per quel che mi riguarda, sono nostalgico del periodo tra gli anni Sessanta e gli Ottanta».
Le cause di questa situazione di stallo, quindi, non sono attribuibili alla scarsa affluenza nelle sale. Allora è questione di finanziamenti, di problemi economici?
«Il Fus non c’entra assolutamente niente. Il teatro è peggiorato, ma non certo a causa del Fondo unico per lo spettacolo: sono le persone e le idee a fare il teatro, non i momenti storici. I “grandi“ sono tutti invecchiati o morti. Il teatro è diventato un luogo il più delle volte soporifero e noioso, fatto da intellettuali cui interessano soltanto i fatti loro, i loro problemi e le loro angosce personali. Al contrario, la cultura è gioia, allegria, piacere, divertimento, condivisione. Lo spettacolo è un prodotto misto, cui lavorano diverse competenze e varie persone. Il regista è il cuoco, colui che imposta e determina la riuscita finale, la ricetta: se il piatto è cattivo, io mi alzo ed esco».
Esempi di regìe recenti da cancellare?
«Il “Ventaglio“ di Ronconi, zoppo. “Scimmia“ della Sinigaglia, deplorevole. “Gomorra“, predicatore, noioso e approssimativo. Niente in confronto al libro e al film. Il Piccolo ora è in stallo, e a mio avviso non adempie al suo ruolo di teatro pubblico finanziato: non sta producendo regie interessanti e ci sono figure sopravvalutate. Uguale il Crt: sta attraversando una fase di basso rendimento perchè, anche loro, sono concentrati sempre su certe personalità, e non riescono a guardare oltre. Ad esempio, non portano produzioni straniere interessanti. Bisogna allargare il campo visivo, concentrarsi su tutta la prospettiva disponibile, sia in Italia sia in Europa, non sempre sugli stessi. Allargare, insomma, il campo d’azione. Esisterebbero ancora produzioni interessanti. Prendiamo, ad esempio, “La badante“ di Cesare Lievi, il “Riccardo III“ di Corrado D’Elia o le regie della Myriam Tanant».
Insistiamo: perchè allora le buone produzioni «nostrane» sono così poche?
«I teatri usano male i soldi che gli vengono dati: capita vi si trovi un eccesso di personale non artistico, pagato. Oppure che questi fondi siano utilizzati solo in un certo modo, vedi il circuito Teatrodithalia che persiste nel suo orientamento politicizzato e propagandistico, cosa che oggi non ha più alcun senso. In ogni caso, non servono montagne di denaro per fare teatro. Ci vogliono soprattutto delle buone idee».
E proprio nessuno può succedere ai «grandi»?
«Uno dei pochi che mi sembra sia in grado di conciliare la parte poetico-artistica con quella pratica e propagandistica (un po’ come facevano Strehler e Grassi insieme) è Corrado d’Elia al Libero: è un privato, non riceve quasi nulla dallo Stato, eppure il suo teatro è sempre pieno. E’ un bravo attore, regista e organizzatore. E’ il contrario dell’Elfo: indipendente. Usa gli attori che vuole, li prende e li cambia senza obblighi. E’il centro di propulsione milanese che preferisco».
E per quanto riguarda i teatri di stampo più commerciale?
«Dipende. Il San Babila è caduto ai minimi storici, e il Nuovo lo segue a ruota. Nessuna compagnia interessante ospite, solo cose di basso spessore culturale».
Cosa dire riguardo ai giovani che a Milano vogliono cominciare una carriera teatrale?
«Ai ragazzi il teatro piace, e c’è anche qualche buona compagnia (come quella di d’Elia, come abbiamo già detto, o i Filarmonica Clown), anche se è abbastanza difficile riuscire a trovare spazio. Ritengo che uno dei pochi che produce dei bei lavori sia Cesare Lievi, ma al Ctb (Centro Teatrale Bresciano, ndr) è sprecato. Dovrebbe avere tra le mani uno stabile più importante, un teatro di rilevanza nazionale».