"A teatro come nel cinema mi piace giocare d’azzardo"

Per la sua versione di "La dannazione di Faust" di Berlioz, in scena in questi giorni a Palermo, ha scelto un’ambientazione choc: un lage

Sembra un giovanotto di vent’anni sovrappeso non appena, scavalcando ostacoli immaginari si piega all’applauso che accoglie il suo ingresso nella sala di proiezione del Centro Sperimentale palermitano. Dove assisterà per l’ennesima volta, a Lost in La Mancha, il documentario in cui i suoi amici Keith Fulton e Louis Pepe hanno ricostruito gli infausti giorni che precedettero la cancellazione del suo sogno più ambizioso. Ossia portare sullo schermo non Don Chisciotte ma, come recitava il titolo provvisorio, The Man Who Killed Don Quixote. Ma non è da Terry Gilliam piangere sui giorni perduti dato che, come lui stesso dichiara, «la vita non è altro che un caleidoscopio». Parola di questo beat settantenne in rosea camicia hawajana che finge di stupirsi come un bambino fin dalla prima domanda. Ossia quella d’obbligo.
Come mai, dopo aver declinato tempo fa l’offerta di mettere in scena alla Scala Andrea Chénier oggi, prima a Londra e da ieri a Palermo debutta con un’opera eccentrica e poco nota come La dannazione di Faust di Berlioz?
«Perché è una non-opera: è questo che mi affascina».
Ossia?
«A suo tempo il compositore l’ha costruita pezzo per pezzo come un falegname di grido che, alle prese con materiali eterogenei più adatti alla musica sinfonica che al melodramma, presenta Faust in una serie di sequenze più allarmanti e sinistre di un kolossal in alta definizione».
Continuo a non capire...
«Eppure è molto semplice. Berlioz, nato prima del cinema, senza saperlo ha girato un film che ora decodifico per bene facendo esplodere ogni brano nelle inquadrature».
Mi hanno detto che ha ambientato il mito più vecchio del mondo in un lager. Non è un po’ azzardato?
«Ma è chiaro, un azzardo totale! Come ai bei tempi di Brian of Nazareth, dove il protagonista non era il buon Gesù ma un suo contemporaneo».
Detto in parole povere, cosa vedremo allora?
«Una scatola quadrata che a tratti s’inclina ad angolo acuto come l’antro in cui uno scienziato più simile a Dracula che a Faust vive tra le sue formule come se fosse sia Einstein che il dottor Mengele».
O il povero protagonista di Brazil?
«Perché no? In fondo sia Faust che Mefistofele sono due vittime che sembrano due carnefici. O meglio ancora una maschera che continua a sdoppiarsi: una sequenza di numeri in libertà, un’idea di matematica pura».
E Margherita?
«Si ricorda, nelle Avventure del barone di Munchausen, le incredibili vicissitudini della Luna? Una Regina bianca come latte cagliato che di tanto in tanto si comprime, poi si biforca in un corpo decapitato con la testa che occhieggia dall’alto più tonda di una palla di cannone? Margherita è la sua figlia ideale».
Con l’aggravante che qui è un’ebrea finita in un campo di sterminio...
«Certo, nell’inferno dei vivi che nessun nato d’uomo riesce ad evitare ma solo a contrastare in un folle anelito di libertà che continua oltre la morte. Succede anche a Mefistofele, colui che porta la luce, che avvolto nel fuoco diventa una svastica che geme tra gli anatemi».
Non mi dica che d’ora in poi non la vedremo più al cinema ma solo sul palco dell’Opera?
«Certo che no. Questa è solo una vacanza prima di tornare in Umbria, a casa mia».
Già. Come mai si è stabilito nella terra del Poverello d’Assisi? È in vista un film su San Francesco?
«Che bella idea, non ci avevo pensato! Ma se vuol sapere la verità, ci sono finito per un altro dei miei amori ossessivi».
Qual è mai?
«In quella magnifica regione il sogno è il padrone assoluto dell’anima, della coscienza e dello sguardo. All’ombra del santo e dei suoi poverelli, io vedo i demoni aggirarsi tra i dirupi come nei romanzi neri di Walter Scott, le fanciulle monacarsi per paura di soccombere alla tentazione e i draghi pascolare in pace come dei ponies diretti all’abbeveratoio».
E i Monty Python? Non ha nostalgia di quel periodo?
«Non ho rimpianti e non ho nostalgie perché quei tre lustri, dal ’69 fino ai primi anni Ottanta, sono stati vissuti in modo tanto intenso da sembrare un secolo vissuto pericolosamente in un’altra dimensione dello spazio e del tempo».
Ma per fortuna il suo cinema non manca d’ironia.
«È la sola illusione che ci è rimasta, non trova?».