Il teatro di Sarah Kane ovvero scrivere per amore

Esce in Italia il primo studio monografico sulla giovane drammaturga inglese morta suicida nel 1999

Una ragazza inglese con il sorriso facile, i capelli biondi cortissimi, minuta e semplice, accesa tifosa del Manchester United. Perfettamente a suo agio sugli spalti o su un palcoscenico. Lo stadio e il teatro erano i luoghi dove Sarah Kane (febbraio 1971, febbraio 1999) esprimeva liberamente se stessa, con la parola e il corpo. Esplorando con la poesia della sua scrittura i confini della brutalità umana, la caduta dell'anima, il precipizio, effetto di carestia d'amore. Tutto sospeso tra innocenza e colpa. Love me or kill me - Sarah Kane e il teatro degli estremi di Graham Saunders (Editoria e Spettacolo, euro 12,00, pag. 295), è il primo studio monografico sulla drammaturga inglese, un viaggio tra contenuto, forma e fonte di ispirazione dei suoi cinque drammi, «segnali d'allarme» a un'umanità devastata che non accantona la speranza, quasi mai.
Dannati, L'amore di Fedra, Purificati (da cui viene il titolo del saggio), Febbre e Psicosi delle 4 e 48, sono le visioni e i viaggi viscerali e casti, che lei ha lasciato dal 1995 al 1999, prima di andarsene attaccata ai lacci delle sue scarpe nel bagno del King's College Hospital di Londra. «Io sono convinta che il teatro fa parte dei bisogni umani più fondamentali - diceva Sarah Kane - se una città fosse distrutta da una bomba, la gente per prima cosa andrebbe a cercare cibo e un tetto e, non appena avesse provveduto a queste necessità, comincerebbe a raccontarsi delle storie».
Sarah «scriveva per amore», sottolinea Rodolfo di Gianmarco che introduce il libro, e pensava che tutto si potesse rappresentare in palcoscenico. La violenza dell'amore e i suoi effetti raccontati con potente carica emotiva e lirismo puro. Il teatro di Kane ha radici classiche profonde (dai greci al periodo elisabettiano) ed europee moderne (Ibsen, Beckett). Sarah crea comunque un linguaggio teatrale autonomo, basato sull'economia della parola, l'austerità. Le piaceva «tagliare», procedere nel suo «processo di spogliamento selvaggio», parlare con l'immediatezza delle immagini teatrali, efferate, sublimi, lontane dal realismo. Come in Dannati, considerato da alcuni critici «un'artificiosa camera degli orrori», dove dal naturalismo dell'inizio con la bomba esplosa, si passa a un livello surreale, espressionista. Kane mette in scena estasi e tormento di anime nude, sorprese e possedute dalla violenza della guerra civile nell'ex Jugoslavia. Stupro, amore estremo, accecamento come castrazione metaforica. Immagini antiche e contemporaneità, come ne L'amore di Fedra, dove la base è Seneca ma Ippolito, figura centrale, è ispirato a Elvis Presley, ai suoi eccessi. O Purificati, dove le fonti sono il Tito Andronico di Shakespeare con la violenza elevata a rito, e 1984 di Orwell.
Il luogo del dramma è un'università che si trasforma in un istituto tetro, con un allontanamento progressivo dal realismo. I personaggi sono voci di emozioni, «rappresentazioni di stati vitali piuttosto che caratterizzazioni». «Tutti i miei personaggi in qualche modo sono me stessa», ammette Sarah. Con Febbre e Psicosi, i luoghi si annullano, sono spazi dell'anima. In Febbre la speranza salvifica dell'amore non c'è. Terra desolata di Eliot è la fonte. La luce finale è benevola ma annienta, è attesa di morte. E torna nell'ultimo scritto di Kane. Psicosi delle 4 e 48 (l'ora dei suicidi) è esperienza commovente e liberatoria, coscienza di un umanesimo impossibile, ma non appare come una resa. Non è un grido d'aiuto ma un'affermazione. L'amore non basta. È fragile. «Esco alle sei di mattina e inizio a cercarti», scrive Sarah. E poi se la prende con Dio «che mi ha fatto amare una persona che non esiste». Altezza poetica da Cantico dei Cantici e visioni apocalittiche. La Bibbia fu la prima opera di formazione dell'autrice inglese e l'allontanamento da Dio la «prima rottura sentimentale della mia vita».
Alla fine del libro i commenti degli amici e di chi ha lavorato accanto a lei parlano di «umorismo macabro» dei suoi scritti. Di «significato multiplo delle battute», di «uso dell'incorporeità e uso del silenzio e dello spazio». Una che scriveva per manifestare la forza inquietante del teatro e diceva: «Non so esattamente di cosa parli il dramma. Credo che siano gli altri a dovermelo dire».