Dal tecnico al sindaco quanti «paisà» nel trionfo di Boston

I Red Sox hanno riconquistato le World series dopo 3 anni, guidati dal presidente Lucchino e dal manager Francona. E spinti dai 15mila oriundi del North End

L’America s’inchina ai campioni di Boston, al settimo titolo in centosei anni di storia. Hanno dato spettacolo e trionfato anche sul diamante di Denver, a 1.700 metri di altezza. L’ultimo capolavoro dei Red Sox è stato firmato domenica notte in casa dei Colorado Rockies, travolti anch’essi nella quarta gara delle World Series, le finali del campionato americano di baseball, come già successe ai St. Louis Cardinals nel 2004. È la seconda volta negli ultimi quattro anni. Sono infallibili i «calzini rossi» quando arrivano in fondo, dimenticata ormai definitivamente la maledizione di Babe Ruth che perdurava da 86 campionati.
È la squadra del nuovo millennio che gioca e pensa un baseball globale, con giocatori di sette diverse nazionalità. Dagli Usa al Canada, dalla Repubblica Dominicana al Venezuela, dal Nicaragua a Portorico, fino al Giappone. A dare man forte, quest’anno, è arrivato dal Sol Levante il 27enne Daisuke Matsuzaka, strappato ai Seibu Lions per 51,1 milioni di dollari e messo sotto contratto per sei anni per 52 milioni di dollari. In Giappone lo soprannominavano «the monster», per la Red Sox Nation, il popolo dei tifosi di Boston che oggi esulta, è «Dice-K» o «D-Mat». Doppio motivo d’orgoglio. Matsuzaka è stato anche il primo lanciatore nipponico a vincere una gara nella secolare storia delle World Series.
Ma c’è anche un pezzo d’Italia, eccome, in questa inequivocabile vittoria di Boston. Anche se nato e cresciuto a Pittsburgh, il presidente e amministratore delegato dei Red Sox, Larry Lucchino, 62 anni lo scorso settembre, porta con fierezza le sue origini calabresi. Figlio di emigranti italiani, prima di approdare nel New England, Lucchino aveva già ricoperto lo stesso ruolo a Baltimore e San Diego. E proprio a Boston, appena 600mila abitanti che diventano oltre 3 milioni nell’area metropolitana, ha trovato la sua dimensione ideale, cominciando la sua scalata vincente. Sarà stata forse anche l’aria del North End, lo storico quartiere conosciuto come la «Little Italy» di Boston dove si raccolgono generazioni di italo-americani, circa 15.000, la comunità etnica più consistente. «Insieme a tutta la Red Sox Nation, sono davvero orgoglioso che i Red Sox abbiano riportato in città il titolo delle World Series», dice dalla City Hall, Tom Menino, primo sindaco italo-americano di Boston. «Nel 2004, riuscimmo ad interrompere quella maledizione lunga 86 anni senza riuscire a vincere le finali. Sapevamo che le cose non sarebbero state più le stesse, ma non ci saremmo mai aspettati di tornare a vincere un altro campionato così presto. Il talento di questa squadra è stato inarrestabile».
Una macchina perfetta che, dopo aver ribaltato completamente il risultato della semifinale contro i Cleveland Indians (dal 3-1 al 4-3), ha letteralmente annichilito Colorado. Quattro a zero ed i Rockies sono fuori. Altri tasselli tricolori. Alla guida dei neo-campioni c’è Terry Francona, nonno di origini salernitane, che non ha mai perso una partita in finale a partire dalle World Series 2004. E ancora, Doug Mirabelli. Ha giocato 50 partite quest’anno come ricevitore. C’è anche un pizzico di Sicilia nell’impresa dei Red Sox.