Tecnologia sostenibile

Dal primo luglio i fabbricanti dovranno finanziare ritiro e riciclaggio
di frigoriferi, lavatrici, pc, monitor, mouse. I costi per gli utenti
finali

I produttori che rendono disponibili sul mercato italiano apparecchi a uso domestico hanno l’obbligo di aderire a un consorzio, che contribuirà alle procedure finalizzate al trattamento. Per quanti producono apparecchiature a uso professionale, quest’obbligo non esiste (le aziende, che sono responsabili nella gestione dei prodotti giunti a fine vita nel caso di fornitura di nuova apparecchiatura elettrica o elettronica equivalente che li sostituirà, possono organizzarsi autonomamente nel ritiro e nello smaltimento) ma, avverte Bonato, «appartenere a un consorzio può apportare vantaggi in termini di migliore organizzazione e competenze specifiche».

Aspettando i decreti attuativi
Per applicare il Decreto Legislativo 151/05 sono necessari alcuni decreti attuativi, al momento non ancora emanati, che forniscono modalità operative per l’avviamento del sistema. Molto importante è quello di istituzione dei Registro al quale i produttori dovranno iscriversi entro 90 giorni, comunicando il peso delle apparecchiature immesse sul mercato nel 2006. In rapporto al peso, sarà calcolata la quantità di rifiuti Raee che ogni produttore dovrà smaltire.

In base a questa regola, se un produttore entrato nel mercato nel 2006, ha messo in circolazione una grande quantità di prodotti, dovrà impegnarsi a smaltire e riciclare una maggiore quantità di materiale anche se immesso sul mercato da altri produttori.
Al contrario, un produttore rimasto sul mercato per anni, ma ora in fase di declino, che ha venduto poco nel 2006, smaltirà una quota più ridotta di rifiuti. «Dopo una certa data questa situazione cambierà», spiega Silvio Remonato, responsabile ambiente e relazioni istituzionali di Hp Italia. «Il produttore diventerà responsabile dei propri prodotti immessi sul mercato e i costi per le attività di smaltimento che egli dovrà pagare saranno legati soltanto ai suoi prodotti».
Questa situazione potrebbe rappresentare uno stimolo per le aziende a costruire apparecchiature sempre più eco-compatibili, realizzandole con materiali meno inquinanti, più facilmente riciclabili, abbassandone i costi di smantellamento. «Un’ulteriore problematica che potrebbe sorgere», precisa Bonato, «riguarda il distinguere i prodotti domestici da quelli professionali nel caso di apparecchi “dual use”. Si sta andando verso una conclusione, proposta da Anie, che si basa sul canale di vendita utilizzato».

Per esempio, un’apparecchiatura venduta nella grande distribuzione sarà considerata a uso domestico anche se è acquistata da un commercialista; un’apparecchiatura venduta da un rivenditore per aziende sarà classificata come Raee professionale.
Le imprese che non si adegueranno alla normativa saranno punite con sanzioni che possono arrivare anche a quote comprese tra i 30 mila e i 100 mila euro se il produttore non si iscrive presso la Camera di Commercio. I produttori dovranno contrassegnare, inoltre, i prodotti messi in vendita dopo l’entrata in vigore della normativa, con il simbolo dal cassonetto barrato e rendere disponibili, all’interno delle istruzioni per l’uso delle apparecchiature, anche norme relative al loro smaltimento a fine vita e informazioni sulla potenziale nocività di determinate sostanze contenute in esse.

Quattro chili procapite
«La nostra struttura è pronta; manca solo l’entrata in vigore della normativa». Questo è il punto di vista di Alfredo Ardenghi, amministratore di Seval (Società elettrica valtellinese), azienda con sede a Colico in provincia di Lecco, attiva nel recupero e smaltimento delle apparecchiature elettriche ed elettroniche.

L’azienda, tra gli impianti selezionati da Consorzio Re.Media per le attività di trattamento dei rifiuti Raee, è nata tre anni fa, smaltisce attualmente 8 mila tonnellate all’anno di frigoriferi, accanto a televisori, monitor e prodotti elettronici di vario genere ma, con la concretizzazione delle nuove regole, il lavoro potrebbe aumentare, tenendo conto che uno degli obiettivi del decreto è di riciclare almeno 4 kg di apparecchiature per ogni cittadino, contro i 1,6 kg di oggi.
Seval è già in grado oggi di gestire, con le proprie apparecchiature, circa 2,5 tonnellate di prodotti elettronici all’ora, separando materiali quali ferro, alluminio, plastica e rame a livelli di purezza compresi tra l’85-90% per il rame e il 99% per il ferro.

Al momento, secondo il consorzio Re.Media, esistono in Italia una trentina di siti attrezzati, ma non tutti sono in grado di svolgere l’intero ciclo del trattamento e smaltimento. Quelli che funzionano sono una ventina; la distribuzione territoriale è lacunosa soprattutto nel Sud del Paese.
Qualche intoppo, per il consorzio ecoR’it, esiste anche a livello dei Centri di raccolta, in alcuni casi non ancora adeguatamente organizzati.

La salute non può attendere
Ma cosa ha rallentato in Italia la pubblicazione dei decreti attuativi ? Poca chiarezza, scarsa informazione, pregiudizi sul modello multiconsortile, ambiguità, resistenze al cambiamento, interessi precostituiti sono indicati dai rappresentanti dei consorzi come alcuni degli ostacoli alla concretizzazione della normativa, a cui si aggiunge una certa disattenzione e presenza di altre priorità a livello politico, indipendentemente dallo schieramento di appartenenza.

«C’è amarezza nei consorzi, alcuni sono pronti da due anni», dice Bonato. Pronte sono anche le aziende, soprattutto le multinazionali, già abituate a operare in Paesi in cui il decreto è già attivo. «Anche le imprese Ict sono pronte alla messa in pratica della normativa», dichiara Luciano Teli di ecoR’It, consorzio che, pur raggruppando aziende di diverse categorie, comprende un folto numero d’imprese del settore Ict. «Società come Acer, Toshiba ed Epson sono tra i fondatori del consorzio.

Le aziende Ict hanno manifestato molto interesse per il Decreto Legislativo, un interesse che si è un poco raffreddato in seguito alle continua proroghe. Meno pronte sono le Pmi, che percepiscono come superfluo l’iscriversi a un consorzio prima che le norme siano rese attuative».
Non partire, per l’Italia, a questo punto, significherebbe non solo andare incontro a sanzioni Ue, ma anche continuare a procedere nella direzione del danneggiamento dell’ambiente e della salute dei cittadini.