Per Facebook le nostre abitudini sono merce da mettere in vetrina

Il social network utlizza i "like" degli utenti a scopo di marketing, riempiendo l'homepage di inserzioni pubblicitarie. Un modo per impedire di essere "strumentalizzati" ci sarebbe, ma è troppo macchinoso

Facebook può permettersi di tutto. Anche di utilizzare le nostre abitudini a scopo pubblicitario.

Se per esempio andiamo spesso sui siti di viaggi, il social network bombarderà la nostra homepage con inserzioni inerenti a offerte di vacanze low cost. Oppure, se ci piace visitare i portali di automobili, Facebook ci assillerà proponendoci vetture al miglior prezzo. In pratica, una réclame incessante come nelle immortali televendite di Mastrota, ma in versione online. Zuckerberg viene a conoscenza dei nostri movimenti attraverso i pulsanti “mi piace” e “condividi” che compaiono nelle pagine dei siti. E non serve neppure cliccarli: l’accesso a quel sito permette già al server di Facebook di sapere che ci siamo entrati. Qualcuno sostiene che una specifica opzione sulla privacy impedisca al social di utilizzare i nostri dati resi noti navigando nel web, ma secondo la Electronic Frontier Foundation nemmeno questo espediente servirebbe a contrastare i tentacoli di Facebook, che continuerebbe comunque ad accumulare informazioni.

I portali ricorrono ai pulsanti di condivisione per restare sempre sul mercato: se non sei social, non sei nessuno e non vendi. Ma il "like" non ha solo una valenza di marketing: un tot di “mi piace” è in grado di stilare un profilo fatto e finito della nostra personalità. Da una ricerca della Stanford Graduate School of Business emerge che sono sufficienti 250 "like" per individuare le nostre inclinazioni, dal sesso alla politica, passando per la religione e gli hobby. Insomma, sfuggire al “grande fratello” Zuckerberg sembra ormai impossibile. A meno che l'utente non chieda a ogni singolo sito di non essere identificato attivando la modalità “Do not track”. Ma chi avrebbe la pazienza di andare a bussare a tutti i portali?