Tedeschi e «Smemorando»: ecco i ricordi di un’epoca

L’attore milanese: «Ho iniziato a recitare quand’ero prigioniero in un lager»

Valentina Fontana

Se non ci fosse stata la Seconda guerra mondiale probabilmente non sarebbe mai salito su un palco. Se non avesse sopportato le sofferenze e le atrocità dei campi di concentramento il Belpaese non potrebbe annoverare nella lista dei grandi artisti Gianrico Tedeschi. Già, perché proprio nei lager nazisti, quelli destinati agli ufficiali, l’allora ventitreenne milanese scoprì il suo talento.
«Fui catturato dai tedeschi e lì iniziai con il teatro - rivela l’attore -, feci anche l’Enrico IV, e tutti i miei compagni di prigionia, dal critico Roberto Rebora al filosofo Enzo Paci, a Giuseppe Novello, mi invitarono a continuare».
Da qui, da una memoria che si rivela come identità, come storia ben scolpita in un cognome che mai dimentica, parte il nuovo viaggio di Tedeschi nel teatro del Novecento e dentro se stessi con lo spettacolo Smemorando, diretto da Gianni Fenzi in scena al Nuovo da martedì al 4 dicembre.
«All’inizio abbiamo pensato a un titolo come Memoria e Identità - continua l’attore -, ma visto il libro di Papa Wojtyla, stesso titolo, abbiamo scelto Mandare alla memoria per arrivare a Smemorando. Dentro la parola “smemorando” ci stanno tutti quei fatti, situazioni, emozioni, sentimenti, che non si dimenticano, tutta la Memoria, la mia storia privata e professionale, tutto quello che di più interessante e curioso appartiene al passato di ciascuno di noi».
Un passato importante quello di Tedeschi, una carriera artistica che s’intreccia con una storia privata profonda in una ballata del tempo ritrovato. «In più di cinquant’anni di teatro ho scelto solo quello che per me ha un significato», ripete l’attore. Sicuramente il tempo dei lager, forse il ricordo delle tante esperienze vissute con Giorgio Albertazzi, Mario Scaccia e Arnoldo Foà, forse le sue indimenticabili interpretazioni goldoniane e le partecipazioni al teatro di rivista e alla commedia musicale.
Ma rovistando nel magazzino della memoria Tedeschi recupera e restituisce al pubblico non solo una sua carriera propria, ma anche testi e autori a cui la sua voce ridona la brillantezza di un tempo. Così per il Carducci dimenticato dei cipresseti, per D’Annunzio o per la quasi dimenticata Canzone di Legnano, e ancora per La vergine adolescente di Cardarelli e il pavano di Ruzante.
E poi poeti, profeti, sacerdoti e filosofi come Giovannino Guareschi, Manlio Santarelli, Renato Mainardi, Mario Rigoni Stern, Estenio Mingozzi, monologhi, frammenti di commedie, e poi Giusti, Shakespeare, Manzoni, Cechov e Dante.
«Smemorando è qualcosa di più di un recital - riprende Tedeschi -. È un omaggio al teatro, alla qualità artistica, ai valori che non si dimenticano. In un certo senso lo spettacolo mi è stato suggerito da voi giornalisti, per rispondere a tutte le domande su come è nato Gianrico Tedeschi attore, sulla mia vita privata, sui testi e gli autori a me più cari… La mia storia interviene nello spettacolo non solo con la guerra. Sul palco è presente mia figlia Sveva, già con me in Tutto per bene. La sua voce melodica, molto interessante, accompagna la mia recitazione con l’esecuzione di alcune canzoni come Lilì Marlene, Ma l’amore mio non può e qualche vecchia canzone romana. In scena anche Gianfranco Candia, il mio factotum, il mio suggeritore».
«Mi piacerebbe fare ancora Il berretto a sonagli e Re Lear - conclude Tedeschi -, ma ora non ci penso, per il momento vivo il mio presente». Senza dimenticare. Come a Buchenwald, dove ancora oggi la scritta Memento che capeggia all’ingresso non è solo un imperativo latino.