Tedesco assolto da Vendola

L’ex assessore alla Sanità, oggi senatore Pd, nel 2007 finì sotto
accusa per conflitto d’interessi: moglie e figli azionisti
di società farmaceutiche in affari con le strutture pubbliche<strong><a href="/a.pic1?ID=371443">Tutto sull'inchiesta di Bari
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Bari - Nichi Vendola poteva non sapere? Il presidente della giunta regionale pugliese, da sempre paladino della legalità, di fronte all’inchiesta sulla Sanità pugliese ha reagito promettendo pulizia e trasparenza. Prima, a febbraio, le dimissioni – accettate – dell’assessore alla Sanità Alberto Tedesco («promosso» comunque senatore), poi l’azzeramento della giunta all’inizio di luglio. Eppure Vendola non poteva non conoscere il conflitto di interessi di Tedesco quando lo scelse nella sua squadra, nel 2005.

Il neogovernatore stava lavorando alla giunta e i movimenti che l’avevano sostenuto in campagna elettorale su Tedesco assessore avevano molte perplessità. Repubblica l’8 maggio 2005 scriveva: «La sua nomina è stata in bilico fino all’ultimo. La moglie e i tre figli hanno partecipazioni azionarie in alcune società che commercializzano in Puglia prodotti farmaceutici e parafarmaceutici». Ma il futuro assessore spiegava: «Ho ottenuto la fiducia del presidente ad avere la delega sulla Sanità dando delle garanzie: chiederò ai miei parenti di dismettere le loro partecipazioni».

Il caso era dunque noto, ed era stato affrontato e risolto fin dall’origine del governo pugliese di Vendola. Ma a parole. Il 16 ottobre 2007, la vicenda tornò sui banchi del consiglio regionale, con una mozione di An sul conflitto di interessi dell’assessore. E Tedesco, in aula, disse che la partecipazione dei suoi familiari nelle due società Medical Surgery e Aesse Hospital erano state dismesse come promesso nel 2005. Ma che «rimaneva un’unica società, fondata dai miei figli per poter continuare a esercitare una professione che avevano cominciato a svolgere molto tempo prima dell’incarico di assessore». Ossia la Eurohospital. Che, di fatto, si era limitata a proseguire gli stessi lavori e a rappresentare le stesse ditte produttrici di cui si erano occupate le aziende «dismesse». Tanto che proprio Tedesco, per «smontare» la teoria che un’azienda appena nata avesse un fatturato tanto considerevole solo perché i titolari erano i suoi figli, mise a confronto gli incassi delle aziende precedenti e della neonata Eurohospital, accreditando il sospetto che si fosse trattato di un’operazione di facciata.

I numeri li fa, quel martedì del 2007, lo stesso assessore, ricordando ai consiglieri che la «vecchia» Medical Surgery, che era concessionaria esclusiva dei prodotti della Biomed, aveva fatturato «1 milione 913 mila euro nel 2004» e nel 2005, anno in cui Tedesco entrò in giunta, era «risalita a 2 milioni 150mila euro», prima di essere dismessa. «Medical Surgery viene ceduta – si legge nello stenografico dell’intervento in aula dell’assessore – e Biomed continua a lavorare con Eurohospital, tanto che i fatturati di quest’ultima sono in assoluta continuità rispetto ai fatturati fino a quel momento realizzati».

Continuità ascensionale, va detto. Dai 2 milioni 150mila del 2005 di Medical Surgery, la neonata azienda di famiglia nel 2006 cresce a 2 milioni 760mila euro (1,440 dei quali derivanti da vendite alla sanità pubblica). E «stante le previsioni», spiegava ancora Tedesco, «per il 2007 ci sarà un incremento del fatturato». Ma se tutto era nel segno della continuità, perché dismettere le prime due società? Se lo chiese l’ex consigliere regionale di An, ora europarlamentare del Pdl, Sergio Silvestris. Che sintetizzò così i dubbi: «Se c’era conflitto d’interessi, ha fatto bene a far vendere le quote e ha fatto male a costituire la nuova società, e per questo si deve dimettere. Se non c’era, perché ha fatto dismettere le quote ai suoi figli?».

Domanda legittima. Che non impedì a Vendola di «assolvere» politicamente Tedesco: «Avrei potuto affrontare la cosiddetta questione morale che oggi non esiste con un calcolo cinico – concluse il dibattito il governatore - con un beau geste, chiedendo a Tedesco di farsi da parte, perché sarebbe convenuto al rapporto con il mio elettorato e sarebbe stata un’immagine gradita a Beppe Grillo. Alberto Tedesco l’ho scelto liberamente – e penso di aver fatto una buona scelta – e oggi nel nome di un’idea della moralità e di un’idea della coerenza con la mia storia, chiedo ad Alberto Tedesco di restare al suo posto». E così fu. Almeno fino a quando l’assessore, sedici mesi dopo, si ritrovò indagato nell’ambito dell’inchiesta del pm Desirèe Digeronimo.