Un tedesco davanti alla Shoah

Della storica visita di Benedetto XVI, Papa tedesco, al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, rimangono innanzitutto le immagini: il Pontefice che varca l’ingresso del lager da solo, con il volto tirato e quasi sofferente, circondato da un grande silenzio. Il Papa che prega da solo davanti al muro della morte, con il vento che gli fa volare lo zucchetto bianco. Il Papa che cammina lentamente, fermandosi davanti ad ognuna delle lapidi scritte in varie lingue davanti al monumento delle vittime: appena è arrivato l’ha accolto una fitta pioggia, accompagnata da raffiche di vento. Quando ha concluso il percorso è improvvisamente tornato il sole ed è spuntato un arcobaleno sul campo di concentramento, con una scenografia che neanche il più consumato regista avrebbe potuto realizzare meglio.
Eppure il lungo e articolato discorso con cui Papa Ratzinger ha concluso la sua visita in Polonia, nel luogo simbolo del martirio di milioni di vittime innocenti, solleverà molte polemiche. La prima riguarda le parole che ha usato per parlare del popolo tedesco, sul quale «un gruppo di criminali» raggiunse il potere «usandolo e abusandolo»: troppo assolutorie per qualche osservatore. Ma poche righe più avanti, Papa Ratzinger ha parlato della testimonianza di Edith Stein, ebrea tedesca, suora carmelitana, che scelse di morire nel lager con e per il popolo d’Israele, il suo popolo. Parlando del suo esempio, Benedetto XVI ha spiegato che fu una luce «in una notte buia». Ci furono delle luci, ma anche tanto buio nella storia del popolo tedesco, nella storia dei popoli europei di fronte all’orrendo crimine dell’Olocausto.
Il Papa ha usato due volte la parola Shoah, la seconda improvvisando. Ma sarà criticato per non aver chiesto perdono a nome di quei cristiani che non si comportarono secondo il Vangelo quando la tragedia si abbatté sul popolo ebraico. Eppure Benedetto XVI ieri ad Auschwitz-Birkenau ha parlato di «perdono» e di «riconciliazione»: per riconciliarsi, bisogna prima aver chiesto e ottenuto perdono. Proprio su questo, il 29 dicembre 2000, in un articolo pubblicato sull’Osservatore Romano, Joseph Ratzinger aveva scritto: «Nella storia della cristianità le relazioni già difficili degenerarono ulteriormente, dando origine in molti casi addirittura ad atteggiamenti di antigiudaismo, che ha prodotto nella storia deplorevoli atti di violenza. Anche se l’ultima esecrabile esperienza della Shoah fu perpetrata in nome di un’ideologia anticristiana, che voleva colpire la fede cristiana nella sua radice abramitica, nel popolo di Israele, non si può negare che una certa insufficiente resistenza da parte dei cristiani a queste atrocità si spiega con l’eredità antigiudaica presente nell’anima di non pochi cristiani». «Forse proprio a causa della drammaticità di quest’ultima tragedia», continuava Ratzinger, «è nata una nuova visione della relazione fra Chiesa e Israele, una sincera volontà di superare ogni tipo di antigiudaismo e iniziare un dialogo costruttivo di conoscenza reciproca e di riconciliazione. Un tale dialogo, per essere fruttuoso, deve cominciare con una preghiera al nostro Dio perché doni prima di tutto a noi cristiani una maggiore stima e amore verso questo popolo, gli israeliti...».
Ma il passaggio più forte del discorso del Papa ad Auschwitz è quello sul «passato che non è mai soltanto passato». Anche oggi riemergono «forze oscure», anche oggi si giustifica la violenza cieca su esseri innocenti. Non dobbiamo commettere l’errore di pensare che ciò che è accaduto non possa ripetersi.