Teheran minaccia di usare l’arma del petrolio

Gian Micalessin

da Teheran

Mancano due giorni e il fronte è compatto. Il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha aperto la strada. Gli altri gli vanno dietro. L'ex presidente Hashemi Rafsanjani pronostica catastrofi se l'Occidente tenterà di bloccare la corsa al nucleare. Il capo del consiglio di Sicurezza Alì Larijani minaccia l'uscita dall'Aiea in caso di sanzioni e brandisce l'arma del petrolio. Il Supremo Leader Alì Khamenei, massima autorità spirituale del Paese, ipotizza la vendita della tecnologia nucleare ad altri Paesi islamici.
A due giorni dalla scadenza del termine imposto dal Consiglio di Sicurezza per la sospensione di tutte le attività nucleari la barricata è pronta. L'Iran marcia compatto verso il fronte dell'ultimo «no» deciso a prolungare la propria sfida all'Unione europea, agli Stati Uniti e al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. E simbolicamente Rafsanjani, ultimo rappresentante d'un barlume d'opposizione interna, pronuncia il suo niet dallo stesso palco in cui due minuti dopo prende la parola Alì Larijani. «La nostra marcia verso il nucleare - sancisce l'anziano ex presidente - è come una pallottola gia sparata, nessuno la può fermare o rimettere nella canna del fucile e se qualcuno tenterà di farlo le conseguenze saranno catastrofiche». Un messaggio chiaro e senza fraintendimenti che schiera l'ex presidente al fianco di quella «triade» che governa il Paese attraverso la suprema Guida, i circoli militari e le forze radicali del presidente Ahmadinejad. Ma l'autentica proclamazione dell'estremo rifiuto spetta a Larijani. «Non potete chiuderci in un recinto con la forza, se tentate di farlo noi risponderemo rompendo quel recinto». Il supremo negoziatore interviene dal podio di una conferenza internazionale sul nucleare che riunisce studiosi, accademici e giornalisti di tutto il mondo. Una conferenza che vista la prossimità della scadenza del 28 aprile sembra organizzata apposta per sancire il «no» a ogni imposizione sul nucleare. «Se deciderete di usare le sanzioni contro di noi tutti i nostri rapporti con l'agenzia - spiega Larijani facendo riferimento all'Aiea - verranno sospesi, dovete rendervi conto che reazioni di questo tipo non porteranno a nulla, dovete accettarlo perché la tecnologia nucleare è un desiderio condiviso da tutta la nazione iraniana». Subito dopo aver inneggiato a una nazione compatta e risoluta, il capo del Consiglio di Sicurezza iraniano disinnesca anche la minaccia militare degli Stati Uniti. «Non illudetevi, un'azione militare contro l'Iran non porterà alla chiusura dei programmi, se voi arriverete alle misure estreme noi nasconderemo e renderemo invisibile il nostro programma nucleare e voi vi ritroverete nell'impossibilità di risolvere il problema». Larijani, infine, aggiunge un monito che suona come quello di Sansone prigioniero dei filistei. «Potete infliggerci qualche perdita, ma alla fine perderete anche voi». Il suo discorso si protrae poi tra i giardini e i vialetti del palazzo che ospita la conferenza. Inseguito da un nugolo di giornalisti che gli sbarra la via d'uscita il capo dei negoziatori iraniani accenna anche all'arma del petrolio. «Pur non volendolo prima o poi saremo costretti a usare l'arma del petrolio, ma lo faremo involontariamente... saranno la pressione esercitata su di noi e le vostre misure radicali a far crescere inevitabilmente i prezzi del greggio trasformandoli in uno strumento a nostro favore».
Dall'altra parte di Teheran la Suprema Guida Alì Khamenei accoglie il presidente sudanese e nel contempo prospetta l'esportazione di quella tecnologia nucleare che già allarma l'Occidente. «La capacità nucleare degli scienziati iraniani è solo un esempio delle nostre innumerevoli attività scientifiche e la repubblica Islamica - annunciava Khamenei - è pronta a trasferirla ad altri Paesi». La tecnologia nucleare può insomma essere messa sul mercato mediorientale e distribuita tra amici e alleati. Una prospettiva capace di far tremare i polsi a Israele e ai suoi alleati occidentali. E così mentre Shimon Peres descrive il presidente Ahmadinejad come un novello führer, il ministro degli Esteri Tzipi Livni fa sapere che lo Stato ebraico non resterà indifferente alle prese di posizione del governo iraniano e alle parole del presidente Ahmadinejad. Le parole più dure arrivano dall'altra signora della diplomazia internazionale, da quella Condoleezza Rice che pur non facendo riferimento a possibili sanzioni invoca dal Consiglio di Sicurezza misure assai più energiche di quella semplice avvertimento con cui trenta giorni fa chiese all'Iran di fermare la corsa al nucleare.