Teheran ora corteggia Prodi: negoziamo

Dopo aver scritto inutilmente a Bush e alla Merkel, Ahmadinejad coglie nel segno provando con Roma. Il premier entusiasta: «È un’apertura al dialogo»

Gian Micalessin

Caro amico, ti scrivo. Dopo averci provato con George W. Bush e Angela Merkel, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad si consola con il nostro presidente del Consiglio. E stavolta non sbaglia. Romano Prodi, a differenza del presidente americano e del cancelliere tedesco, si guarda bene dall’ignorare la sua lettera e la definisce un’«apertura al dialogo». La lettera scritta dal presidente iraniano e consegnata a mano dal vice ministro degli Esteri di Teheran Said Jalili, da ieri in missione a Roma, contiene l’offerta di reciproche consultazioni sull’Irak, sull’Afghanistan e sulle altre più importanti questioni mediorientali.
La missiva, in attesa dei già annunciati messaggi a Papa Benedetto XVI e al popolo americano non arriva a caso. Il presidente Ahmadinejad ha già incontrato Romano Prodi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dello scorso settembre e sa che il nostro presidente del Consiglio lavora, d’intesa con Francia e Spagna, per forgiare una politica europea alternativa a quella statunitense su tutti i temi mediorientali. Sono state proprio Italia e Francia a imporre, contro la volontà di Washington, il giro di colloqui sul nucleare tra il responsabile della politica estera europea Javier Solana e il negoziatore iraniano Alì Larijani conclusosi, come ammise Solana, con un totale insuccesso. E sono state di nuovo Francia, Spagna e Italia, solo 24 ore prima dell’arrivo di Jalili a Roma, a cercare di insinuarsi nei negoziati mediorientali presentando un piano di pace alternativo all’azione diplomatica condotta da Stati Uniti e Unione Europea all’interno del Quartetto diplomatico. Un piano, per quanto privo di qualsiasi possibilità concreta, che è stato immediatamente giudicato alternativo all’azione diplomatica statunitense.
Ahmadinejad sa, insomma, di avere interlocutori disposti ad ascoltarlo sia a Palazzo Chigi, sia alla Farnesina. Non a caso sia Prodi, sia Massimo D’Alema hanno immediatamente risposto al vice ministro degli Esteri Jalili riconoscendo all’Iran il ruolo di potenza regionale e dicendosi disposti a cooperare per risolvere i problemi dell’area. L’unica condizione posta per l’avvio del dialogo dal nostro ministro degli Esteri e dal presidente del Consiglio è stato quello di un ruolo responsabile da parte della Repubblica Islamica. L’Iran secondo Prodi e D’Alema, deve usare il suo peso e la sua influenza per contribuire a una piena stabilizzazione della regione. Un canale di dialogo con Teheran va benissimo, hanno concluso il premier e il ministro degli Esteri, ma la dirigenza iraniana deve impegnarsi chiaramente in questa direzione.
La lettera, se paragonata a quelle senza risposta spedite a Washington e a Berlino, sembra insomma aver colto nel segno. «È una lettera di impegno al dialogo», ha detto Prodi senza però chiarire se la disponibilità espressa da Ahmadinejad fosse rivolta solo all’Italia a chi tentava di carpirgli qualche particolare in più sul messaggio del presidente iraniano. «Stanno facendo un'operazione a largo raggio», aveva spiegato in precedenza il portavoce di Palazzo Chigi rispondendo a chi chiedeva perché gli iraniani si stessero rivolgendo proprio all’Italia. «Da parte dell’Iran – ha aggiunto il portavoce – c’è la disponibilità ad aprire un dialogo».