Teheran si ispira alla vecchia tattica della Nord Corea

Alberto Indelicato

Il governo iraniano ha fatto sapere di essere pronto a riprendere i negoziati con la troika europea (Germania, Gran Bretagna e Francia) sulla questione dell'arricchimento dell'uranio, che potrebbe esser utilizzato - gli occidentali lo sospettano - per costruire armi nucleari, ammesso che non sia stato già fatto. Non si tratta di un vero cambiamento di politica, che semmai avrebbe dovuto essere annunciato prima della riunione dell'assemblea dell'Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica dello scorso settembre. In quell'occasione invece, proprio perché Teheran aveva dichiarato di aver ripreso l'arricchimento dell'uranio sottraendosi ai controlli degli ispettori internazionali, il Consiglio dei governatori dell'Aiea finì per adottare una risoluzione, d'altronde abbastanza blanda, in cui si accennava ad un'eventuale «segnalazione» al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. La reazione iraniana fu rabbiosa, tanto più che la risoluzione era stata approvata con una maggioranza schiacciante. Contro di essa aveva votato soltanto il Venezuela, evidentemente per fare un dispetto agli Stati Uniti che l'avevano ispirata. Si erano astenute la Russia, interessata alla costruzione della centrale nucleare di Bushehr del valore di 800 milioni di dollari, e la Cina, grande acquirente di petrolio iraniano. Nei confronti di coloro che avevano votato la risoluzione, Teheran aveva minacciato dure rappresaglie, consistenti nel rifiutar loro il suo petrolio e nell'annullare contratti di fornitura. Per dimostrare che non stava scherzando l'Iran annullò subito dopo un contratto già concluso con l'India per la fornitura di gas del valore di 22 miliardi di dollari, fatto che dovrebbe scoraggiare gli Stati che nella sessione dell'Aiea nel prossimo novembre volessero votare per il deferimento dell'Iran alle Nazioni Unite. L’annuncio di voler ora riprendere i negoziati con la troika sarebbe dunque in contraddizione con quella linea dura. Esso sembra invece ispirarsi alla tattica nord-coreana, che d'altronde è vecchia come la politica, vale a dire come il mondo, e che consiste nel far balenare la possibilità di un accordo, se, non addirittura di un cedimento, e questo per salvaguardare i vantaggi acquisiti e guadagnare tempo stancando gli avversari. Riuscirà il giochetto anche questa volta? Nel suo giro europeo dei giorni scorsi Condoleezza Rice ha chiesto alla Francia un atteggiamento più deciso nelle trattative «perché l'Iran ristabilisca la fiducia della comunità internazionale sul fatto che non sta costruendo l'arma atomica». La risposta francese è stata all'apparenza favorevole, Chirac in persona ha affermato: «L'Iran deve continuare il dialogo con la troika in stretta concertazione con la Russia ed in piena trasparenza con gli Stati Uniti». A ben guardare però in quelle parole (la concertazione è più determinante della trasparenza...) non manca una certa ambiguità, tanto più che nel successivo incontro a Mosca tra la Rice ed il ministro russo degli Affari esteri Sergei Lavrov, questi ha sostenuto che il dossier iraniano deve restare all’Agenzia atomica di Vienna. Ciò significa che la Russia resta contraria all'eventuale deferimento del caso al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e che, se, ciò malgrado, esso dovesse esser deciso a maggioranza dal Consiglio dei governatori dell'Aiea, il veto della Russia (a cui si aggiungerebbe quello della Cina) impedirebbe l'adozione di qualsiasi sanzione.
Le rappresaglie minacciate ed effettuate, da Teheran contro suoi nemici, costituiscono un ulteriore motivo per riflettere sulla necessità di sottrarsi ai suoi ricatti petroliferi. E ciò può farsi soltanto producendo quell'energia atomica, di cui l'Iran, malgrado le sue enormi riserve di petrolio, sostiene di non poter fare a meno. Sempre che si voglia essere così ingenui da credere alle sue assicurazioni sugli usi esclusivamente pacifici delle sue centrali.