«Teheran sorda sul nucleare». L’Onu verso nuove sanzioni

Gli Usa: nessun attacco, ma misure più severe per indurli a trattare

Era previsto, ora è ufficiale. L’Iran è di nuovo sotto scacco e dovrà rispondere un’altra volta al Consiglio di sicurezza. L’atto d’accusa, firmato da Mohammed el Baradei, direttore Generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) è arrivato ieri all’organo direttivo dell’Onu. Il rapporto, consegnato allo scadere dell’ultimatum di sessanta giorni fissato il 21 dicembre con l’approvazione delle sanzioni, certifica la mancata sospensione delle attività di arricchimento dell’uranio e descrive gli sforzi per procedere alla produzione di combustibile nucleare su scala industriale.
Il documento apre la strada a nuove, più dure sanzioni, e rischia di creare i presupposti per un intervento militare statunitense. Washington ha già inviato nel Golfo Persico una flotta con due portaerei, ma nega di volere lo scontro aperto e ribadisce che è intenzionata a costringere Teheran alla trattativa. «Siamo delusi dal mancato adempimento alla risoluzione 1737», si limita a dire il portavoce della sicurezza nazionale Gordon Johndroe. Il portavoce Tom Casey fa capire che la Casa Bianca cercherà di ottenere nuove e più dure sanzioni. «La risoluzione anticipava che, alla luce di questo rapporto, il Consiglio poteva considerare nuove sanzioni... Sfortunatamente questo è il percorso su cui ci troviamo».
Anche il segretario di Stato americano Condoleezza Rice continua a negare l’ipotesi di un imminente attacco militare. «Gli Stati Uniti non desiderano un confronto con l’Iran... L’unica opzione è far pressione sugli iraniani di buon senso per convincerli a non intraprendere una rotta distruttiva». La Rice si è detta pronta a rinnovare l’offerta di colloqui diretti se Teheran bloccherà il programma di arricchimento dell’uranio.
Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha invece ribadito che «i nemici commettono un grosso errore se pensano di fermare il cammino dell’Iran sulla strada del nucleare». E ha aggiunto che il suo Paese darà «risposte appropriate ad ogni potenza globale che intraprenda delle azioni contro l’Iran».
Il rapporto dell’Aiea, basato su ispezioni e rilevamenti protrattisi fino al 17 febbraio, descrive la sistemazione nei laboratori sotterranei di Natanz di un serbatoio da 8,7 tonnellate di esafloruro di uranio, il gas da cui, dopo l’immissione nelle cosiddette centrifughe a cascata, si ottiene il combustibile nucleare. Ma fino al 17 febbraio neanche una goccia di gas è passata dal nuovo serbatoio alle quattro catene da 164 centrifughe fin qui allestite. I 66 chili di gas già raffinati sono stati trattati nella piccola area sperimentale di Natanz e hanno dato origine a infinitesimali quantità di uranio con un arricchimento inferiore al 5 per cento. Teheran conta di rendere operative entro il prossimo maggio 18 catene di produzione per un totale, secondo l’Aiea, di 3.000 centrifughe. Il traguardo successivo sarà quello delle 54mila centrifughe sufficienti a garantire il trattamento delle almeno dieci tonnellate di esafloruro d’uranio indispensabili per la produzione industriale di combustibile nucleare.
Il rapporto sottolinea che l’Iran ha proibito fin qui l’installazione delle telecamere per il controllo a distanza previste dal Trattato di non proliferazione non appena le centrifughe superano le 500. Il documento di sei pagine conferma la continuazione dei lavori per la costruzione di un reattore ad acqua pesante, già vietato dal Consiglio di sicurezza, ma ribadisce che non è certa l’esistenza di un programma clandestino per la costruzione di ordigni nucleari.
La Francia e la Gran Bretagna si sono dette favorevoli all’adozione di una nuova risoluzione Onu per «portare avanti le sanzioni» contro l’Iran, anche se Londra resta impegnata «per una soluzione negoziata».