Telecom, le 5 domande che spaventano Prodi

Il mistero sul ruolo di Costamagna e la disponibilità delle fondazioni bancarie a investire nelle tlc

Marcello Zacché

da Milano

Sul caso Telecom ci sono quelle classiche «due o tre cose» che non si capiscono bene. Interrogativi rimasti irrisolti su cui Romano Prodi dovrà dare risposte al Parlamento. Soprattutto per sgombrare il campo dai sospetti che chiunque si sia interessato alla questione, sia esso un lettore piuttosto che un azionista (ce ne sono 606mila), potrebbe avere maturato.
A Perché l’inversione a «U» nei comunicati del governo? Partiamo dall’8 settembre: Palazzo Chigi emette un comunicato per smentire Il Messaggero, che in seguito a un incontro Tronchetti-Prodi avvenuto il 2 settembre a Cernobbio, aveva svelato la contrarietà del premier rispetto all’ipotesi della cessione sul mercato della Tim: «L’esecutivo ritiene importante tutelare l’autonomia e i progetti delle grandi aziende italiane». Ma quattro giorni dopo, il 12 settembre, dopo la presentazione ai mercati del riassetto Telecom, il Professore esprime «sorpresa e sconcerto» per la portata dell’operazione e dichiara: «Il governo deve sapere».
B Perché Prodi ha detto di non sapere quando sapeva? In mancanza di spiegazioni convincenti, l’ipotesi sembra essere una sola: il governo non solo era a conoscenza del progetto, ma lo aveva preparato addirittura in casa. Sono le 28 pagine del documento che Angelo Rovati, consulente economico di Palazzo Chigi, invia a Tronchetti il 6 settembre. E la contrarietà nasce perché il presidente del gruppo non esegue alla lettera. Il documento, in sintesi, diceva: «Caro Tronchetti, sei in difficoltà finanziarie. Allora scorpora la Rete, che poi ci pensa il governo a salvarti». Ma Tronchetti invece prosegue per la sua strada e propone di vendere la Tim, non la Rete. Così da sottrarsi dalla trappola del Professore.
C Chi aveva elaborato, a Palazzo Chigi, il piano per Telecom? Il piano Rovati è un documento in cui si sostiene che la cessione del 30% della Rete fissa alla Cassa depositi e prestiti (Cdp), con la successiva quotazione in Borsa, è la ricetta migliore per il risanamento del debito del gruppo e per il Paese. E di quel documento Rovati dice due cose: che Prodi non lo conosceva, e che era stato compilato artigianalmente, davanti a una margherita e una birra. Ma come si fa a crederci?
D Chi sono i banchieri che stanno dietro a Rovati? Andiamo per passi. Primo: Rovati lavorava alla presidenza del Consiglio, non a casa sua. Secondo: il testimone delle recenti nozze di Rovati con Chiara Boni si chiama Claudio Costamagna, ex uomo di Goldman Sachs, da sempre vicino a Prodi. Terzo: Costamagna era il consulente di Rupert Murdoch nelle trattative che il magnate australiano ha avuto con lo stesso Tronchetti durante questa estate. Trattative ovviamente riservate, ma svelate al mercato da un comunicato di palazzo Chigi del 14 settembre. Tra l’altro lo stesso Costamagna avrebbe da poco costituito con un ex dirigente Telecom, Giuseppe Sala, una società finanziaria che si chiama Sciuveki. Quarto: Costamagna è uno dei candidati forti alla presidenza della Cdp, nonché alla presidenza della Mittel, lo snodo finanziario degli equilibri di Giovanni Bazoli, il presidente di Intesa e banchiere più vicino a Prodi.
E Chi sarebbero stati i futuri azionisti di Telecom? Allora è possibile che dietro al piano Rovati ci fosse qualcos’altro. Dopo aver utilizzato la Cdp (che, è bene ricordarlo, deve i sui 130 miliardi di attivo alla raccolta del risparmio postale) per rilevare il 30% della Rete, (5-7 miliardi), chi avrebbe organizzato il collocamento in Borsa? E soprattutto chi avrebbe costituito il nocciolo duro dei nuovi azionisti? Forse nuovi soggetti vicini a Prodi? Ieri il presidente della Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti, grande azionista della Superbanca nascente Intesa-Sanpaolo e presidente dell’Acri, ha detto che le Fondazioni sono pronte a valutare un eventuale progetto di investimento nelle tlc. Che siano questi, la «Santa Romano Intesa» di Bazoli, nata per essere la «banca per lo sviluppo del Paese», e le Fondazioni i pilastri su cui Prodi immaginava di appoggiare la nuova Telecom? Le domande aspettano risposte.