Telecom avanti da sola, senza Telefonica

da nostro inviato a Rozzano

Previsioni rispettate anche per l’elezione del nuovo consiglio di amministrazione di Telecom Italia. Alla fine di un’assemblea durata 9 ore, la lista presentata dalla Findim di Marco Fossati ha battuto con il 12,7% dei consensi quella di Assogestioni (che ha raccolto il 7,3%). E così a fianco dei 12 membri proposti da Telco (67,9%) Findim è riuscita a portare in consiglio due amministratori (Paolo Baratta e Roland Berger) contro uno dei fondi, l’economista Luigi Zingales, già presente da un anno nel cda di Telecom. E che anche ieri non ha rinunciato al suo ruolo «scomodo», prendendo la parola durante l’assemblea degli azionisti per criticare la retribuzione troppo alta dei consiglieri e la drastica riduzione del numero degli indipendenti, impegnandosi a usare metà della sua retribuzione per acquistare azioni Telecom. Zingales ha anche giudicato «scandalose» le buonuscite pagate all’ex vicepresidente Carlo Buora e all’ad Riccardo Ruggiero (rispettivamente 12 e 17 milioni, ndr) spiegando che, se il nuovo management dovesse abbandonare, riceverebbe soltanto un anno di stipendio. «La retribuzione di Bernabè è del 40% inferiore a quella di Buora - ha detto Zingales -. Questo è senza precedenti nella storia di Telecom e delle società italiane. Abbiamo aumentato la parte variabile legandola ai risultati. Uno di questi parametri è la soddisfazione dei consumatori. Il 30% del bonus di Bernabè dipenderà da come riuscirà a migliorare la customer satisfaction». Secondo Zingales, inoltre, il prezzo di esercizio delle stock option (a 1,9 euro ndr) «è decisamente al di sopra del prezzo odierno ossia 1,4».
Il cda si completa con i 12 consiglieri eletti da Telco (in un board con 15 membri, 2 in meno del precedente) che sono Gabriele Galateri, Franco Bernabè, Cesar Alierta, Tarak Ben Ammar, Berardino Libonati, Julio Linares, Gaetano Micchichè, Aldo Minucci, Gianni Mion, Renato Pagliaro con i 2 indipendenti Elio Catania e Jean-Paul Fitoussi.
In assemblea i piccoli azionisti, non giovani ma comunque molto arrabbiati, si sono fatti sentire. Qualcuno è un globetrotter delle assemblee: è azionista di diverse società e si «diverte» a sfogare tensioni su manager di livello. E ieri, alla loro prima assemblea, l’ad Bernabè e il presidente Galateri, non sono sfuggiti alle bacchettate dei «piccoli». Certo con un titolo sceso di oltre il 40% in un anno era difficile ricevere complimenti anche se i manager della società telefonica hanno dato prova di buona tenuta nella lunga maratona assembleare, dovuta agli oltre 30 interventi dei piccoli azionisti che hanno quasi interamente sfruttato i 15 minuti di tempo concessi per spiegare il loro punto di vista. Delusa invece la Borsa dove il titolo ha perso il 4,11%. Bernabè infatti non ha fatto concessioni: nessuna rapida revisione del piano strategico e neppure operazioni straordinarie. Scartate nell’ordine la fusione con Telefonica, auspicata da Marco Fossati che con la sua Findim ha il 4,4% della società, come pure il ritiro delle azioni di risparmio.
«Il nostro piano contempla obiettivi realistici» - ha spiegato Bernabè a proposito delle strategie presentate il 7 marzo. Quanto al debito Bernabè si sente tranquillo. «Telecom non ha riportato alcuna perdita sulla propria posizione di liquidità nonostante la grave crisi finanziaria- ha aggiunto - l’insieme è pari a 6,8 miliardi di euro con la disponibilità di una linea di credito non utilizzata irrevocabile che scadrà nel 2014, per 6,5 miliardi di euro. Questo ci consente di affrontare con tranquillità le scadenze del debito dei prossimi 4 anni: 4,5 miliardi circa in media ogni anno».
Mentre sul fronte del tanto contestato piano di stock option, al punto che qualcuno dei piccoli azionisti aveva chiesto ai manager di rinunciare, Galateri ha spiegato che l’eventuale possibile incasso della plusvalenza senza incorrere in tasse pesanti sarebbe a 5 anni. Un tempo molto lungo che ha placato le animosità dei «piccoli» che, in fondo, hanno fiducia in Bernabè e sperano con tutto il cuore e il portafoglio che faccia quello che Marchionne ha fatto per Fiat.