Telecom: fango su vip e politici dagli appunti di un indagato

Nuovi arresti per i dossier illegali, oltre a Tavaroli e Ghioni coinvolti anche ex 007 e funzionari. In un'agenda veleni su Bossi: "Da Berlusconi 70 miliardi alla Lega". Il Senatur: "Balle". Coinvolta anche Afef

Enrico Lagattolla
Stefano Zurlo


Milano - Reti di informatori tra i pubblici ufficiali, fonti fiduciarie nei servizi segreti italiani e stranieri, report sulle cordate «ostili», uno «scudo contro qualsiasi contraria azione agli interessi aziendali e di Tronchetti Provera, provenienti da avversari politici, giornali, magistratura, concorrenti commerciali». E su tutto l’agenda (2003-2004), le note, i taccuini di un giornalista, Guglielmo Sasinini, pagato dalla Security Telecom per costruire scivolosissimi dossier a difesa del sistema di potere del Gruppo. Gli appunti di Sasinini, infarciti di nomi altisonanti e velenose insinuazioni, occupano pagine e pagine della nuova ordinanza di custodia firmata dal gip Giuseppe Gennari nell’inchiesta sugli spioni. E dalle carte del giudice si riversano sul Palazzo provocando reazioni sdegnate e polemiche.
Con il nuovo blitz finiscono in manette tredici persone, in gran parte appartenenti alle forze dell’ordine e coinvolte in episodi di corruzione - due poliziotti, un carabiniere, un finanziere, una guardia forestale, due agenti dei Servizi segreti - ma soprattutto viene approfondita l’analisi di quella centrale di spionaggio guidata da Giuliano Tavaroli, in carcere da settembre e raggiunto dal quarto ordine di custodia. Gennari dà ora grande rilevanza al ruolo strategico di Sasinini, entrato in prima battuta quasi marginalmente nell’inchiesta, e a quello, sul versante hackeraggio, di Fabio Ghioni, colpito come Sasinini da un secondo arresto.

Alta fedeltà Gli appunti «dimostrano che il giornalista (ai domiciliari) era stato investito da Tavaroli del compito di occuparsi in prima persona degli aspetti particolarmente inquietanti che le deviazioni della security del Gruppo hanno mostrato nel tempo». Insomma, secondo il gip, l’ex inviato di Famiglia cristiana non si limitava a comporre dotti report di politica estera, ma era l’«interprete principale» del numero uno della struttura Giuliano Tavaroli e del suo metodo di lavoro. Era lui a gestire la cassa per le fonti riservate e ad aggiornare con i suoi scritti le «mappe» degli amici e dei nemici «dell’azienda e del suo azionista di riferimento».
I suoi appunti sono una miniera di informazioni, spesso distorte, raccolte il più delle volte chissà come. Ecco un «accordo» che sarebbe stato siglato «in epoca pre-governo Berlusconi» tra l’ex presidente del Consiglio e il leader della Lega Umberto Bossi, attraverso Tremonti. «Settanta miliardi - annota Sasinini - dati da Berlusconi a Bossi in cambio della totale fedeltà». Altro promemoria. «Notaio milanese...?». Subito dopo, «Periodo». «In quel periodo - continua il giornalista - pignorata per debiti la casa di Bossi. Debiti già ripianati con \ 70 miliardi».
«È una bufala colossale», replica Bossi che annuncia querela - la fedeltà esiste a fatica fra moglie e marito, figurarsi in politica». Tranchant anche Paolo Bonaiuti, portavoce di Berlusconi: «Ridicole fantasie inventate di sana pianta».

L’anello debole Sasinini discute con Ghioni dell’«Operazione Brothers», che investe anche Afef Jnifen, moglie di Tronchetti Provera. «La signora Afef - è il resoconto di Ghioni - era considerata da Tavaroli un elemento incontrollabile e una fonte di vulnerabilità per l’azienda, soprattutto per i rapporti tra la signora e l’onorevole Berlusconi e Tarek Ben Ammar, risalenti ai tempi di Squatriti, ex marito della signora Afef. Rammento che era soprattutto Sasinini a battere su tali vulnerabilità prendendo in particolare considerazione i rapporti non buoni tra il presidente e l’onorevole Berlusconi, e il pericolo che la signora Afef potesse comunicare ad elementi del governo Berlusconi notizie riservate all’azienda».

Il presidente e lo scudo Ancora una volta, la figura dell’ex presidente Telecom, Marco Tronchetti Provera, resta sullo sfondo. Ma visibile. «Non si può pensare che chi in Pirelli o in Telecom conferiva gli incarichi - sottolinea ancora una volta Gennari - non si rappresentasse con esattezza questa situazione». Ancora, «Il quadro che emerge da queste note è decisamente inquietante. Qui si prefigura, in maniera dettagliata, la costituzione di una ramificazione di rapporti radicati ai più alti, riservati livelli istituzionali, impiantata con l’intento di costituire una sorta di scudo contro qualsiasi contraria azione agli interessi aziendali e di Tronchetti Provera». Il torrenziale Sasinini pensa a tutto, anche a tutelate Tavaroli: «In uno degli appunti (“Tu sei il capo, non ti devi esporre in prima persona, sei immediatamente collegato a Tronchetti”) Sasinini mostra la chiara consapevolezza e la necessità di muoversi con grande attenzione, evitando la diretta esposizione di Tavaroli in quanto immediatamente legato a Tronchetti Provera e quindi anch’esso in posizione di potenziale rischio per la credibilità dei vertici aziendali».

Servizi à porter Il «formidabile gruppo», scrive Gennari riferendosi a Tavaroli e ai suoi uomini, poteva anche «estendere le ricerche a organi istituzionali di Paesi terzi». In particolare, il Dts, (lo spionaggio francese). Ancora una volta, entra in scena la famiglia Jnifen. «Il fratello di Afef, Slaedine, era monitorato o meglio oggetto di interesse perché legato al figlio del Colonnello Gheddafi», spiega a verbale Fulvio Guatteri, per 12 anni ufficiale di collegamento tra i servizi francesi e quelli italiani, ora in manette. La sponda americana era rappresentata da John Paul Spinelli, ex agente della Cia ora ricercato, fondatore dell’agenzia Global Security service, che avrebbe svolto incarichi per conto della Pirelli Telecom. Ma i servizi erano a «disposizione» anche in Italia. Perché «il Sisde - prosegue Gennari - appare una sorta di prêt-à-porter della notizia riservata ove, con pochi soldi e buone entrature, chiunque può prelevare ciò di cui ha bisogno».