«Telecom, indebitata ma ancora solida»

È una grande fiera. Tanti compratori, quasi tremila, e un solo venditore Telecom. Si tiene due volte l’anno: a ridosso dell’estate e a un soffio dal Natale. In queste occasioni Telecom si gioca molto: il traffico, la merce con cui fa quattrini, deve necessariamente passare su telefonini, pc e sempre di più su network device (tra cui le pennette per collegarsi a Internet che nell’ultimo anno hanno avuto un boom). Dunque più apparecchi si vendono, più sono sofisticati (3G) e più le prospettive di Telecom migliorano. È un invito riservato agli addetti ai lavori: ci sono i dealer (semplici negozi e reti di vendita della grande distribuzione) e i vertici Telecom. Per un intruso si tratta di un mondo inatteso. Ha i suoi linguaggi fatti di acronimi e i suoi riti: in uno stanzone i venditori di Telecom «piazzano la roba» fatta di pennette usb, net computer e ovviamente telefonini ad acquirenti che così si giocano la scommessa per i mesi a venire.
A Copenhagen quest’anno, dicono gli habitué, è stato tutto più sobrio. Franco Bernabè, il numero uno dell’azienda, non proprio a suo agio nel ruolo del gran venditore, ha parlato per dieci minuti. «Credo che dalla crisi si uscirà presto, molto più velocemente di quanto abbiamo impiegato a entrarci. Il capitalismo - ha continuato - vive di distruzione creativa». L’ottimismo di Bernabè non è apparso di maniera. «Telecom emergerà molto rafforzata perché abbiamo puntato sull’innovazione». «Ho scelto - continua l’ad di Telecom - una linea di più basso profilo. Sono voluto partire dalle fondamenta di Telecom. Dopo otto mesi, in un contesto difficile, i risultati stanno arrivando».
Abbiamo ripreso il filo della conversazione, dove l’ha lasciata Bernabè, con il suo numero due, l’uomo macchina della Telecom, che rilascia la sua prima intervista da quando è rientrato. Oscar Cicchetti, dopo venti anni di Telecom, ha avuto una lunga parentesi fuori dal gruppo, dal 2001 al 2008, in mezzo una trasformazione del settore, ma anche una favolosa scalata ostile.
Che Telecom si è ritrovato?
«Molto più indebitata, ovviamente. I cambiamenti sono stati notevolissimi. Un’altra discontinuità è nella presenza internazionale, che allora era radicata, e oggi ridotta. Ma resta un’azienda solida con buona parte delle sue eccellenze intatte. Quando uscii da Telecom la competizione era solo agli albori e oggi è ai massimi».
Venite considerati nani dal punto di vista internazionale e con il debito che avete è difficile pensare a qualsiasi allargamento del perimetro. Telecom è bloccata.
«Mercati che ieri erano in via di sviluppo, con questa crisi lo sono molto meno. In questo momento è importante consolidare le nostre presenze. Si tratta di tre blocchi, Italia, Germania e Brasile che configurano un aggregato di business di tutto rispetto. Il mercato italiano, dove siamo incumbent, è ancora eccellente. La Germania, dove abbiamo 2,3 milioni in clienti in banda larga e 600mila mobili virtuali, è il più grande mercato europeo. Negli ultimi 18 mesi ha avuto una crescita della competizione, ma oggi si è stabilizzata. Il Brasile, infine, è un mercato favoloso, con tassi di crescita del 20% e povertà in diminuzione. Nel solo giorno degli innamorati siamo riusciti a vendere 80mila telefonini».
Proprio in Brasile avete recentemente subito una pesante battuta d’arresto.
«I ricavi sono cresciuti di tre punti meno delle previsioni. A fine anno ci aspettiamo una crescita del 7 per cento. Ci siamo imbattuti in scelte di marketing non ben valutate, basate più sulla ricerca dei volumi che sulla redditività. È sceso il ricavo medio per cliente. Ma abbiamo messo un freno e già a fine agosto sono arrivati i primi segnali incoraggianti».
Se aveste più risorse, lei non andrebbe a fare shopping all’estero?
«Confermo che consoliderei Brasile, Germania e Italia, più che sbarcare in altri mercati».
In Italia si è parlato molto di vendita della rete fissa?
«Non esiste alcun incumbent europeo che si sia separato dalla proprietà della rete fissa. Non vedo perché da noi si debba fare diversamente».
Be’, c’è un tema di par condicio per gli altri operatori. Nel passato i concorrenti si sono molto lamentati delle vostre attività di ostruzione.
«Abbiamo proposto una validissima soluzione di separazione amministrativa che si chiama Open Access. Con tutta una serie di impegni su regole e comportamenti che dovrebbe tranquillizzare gli operatori alternativi».
Mica tanto. Avete quasi contemporaneamente richiesto un aumento dei canoni che gli alternativi vi devono pagare per passare sulle vostre linee (unbundling). Si parla di 1,7 euro in più al mese.
«Ricordando che le tlc negli ultimi anni hanno svolto una funzione deflazionistica e che continueranno su questa strada, il nostro canone Ull è tra i più bassi d’Europa. In Germania, a esempio, noi affittiamo la rete fissa a circa tre euro al mese più di quanto i concorrenti pagano la nostra in Italia».
Si parla di un aggiornamento anche del canone per i cittadini. E nel frattempo, a questa convention, avete lanciato un pacchetto di abbonamenti alla rete fissa a zero spese di canone.
«Il canone residenziale è fermo dal 2002, si tratterebbe anche di una garanzia per i concorrenti. Inoltre l’offerta Alice Casa a zero canone di cui parla lei è stata sottoposta all’Authority e ha passato il cosiddetto test di replicabilità da parte dei concorrenti».
I concorrenti temono che con i maggiori introiti derivanti dall’aumento del canone voi investiate sulla rete in fibra ottica e non sul tradizionale doppino, al cui beneficio è previsto il canone?
«Abbiamo programmato investimenti importanti su tutta la rete: 10,4 miliardi dal 2007 al 2016. Di questi, 4,6 miliardi per il completamento della piattaforma di prima generazione. Non penso che i ricavi aggiuntivi del canone siano, anche volendo, in grado di spostare granché».
In questi tempi di rallentamento economico come vengono colpite le tlc?
«Siamo sempre stati un settore anticiclico, poco influenzati dagli andamenti economici. Qualche problema si potrebbe iniziare a sentire per coloro che hanno un tipo di clientela dal profilo più basso del nostro. Inoltre da noi il mercato dell’Ict (banda larga, ma non solo) è ancora da sviluppare. Paesi analoghi al nostro, come Pil, hanno 10 miliardi di consumi in più in questo settore».
Allora come giustifica il fatto che nei primi sei mesi dell’anno proprio sulla banda larga siete scivolati al terzo posto in Italia come acquisizione nette di nuovi clienti?
«Telecom tradizionalmente apre il mercato e poi gli altri seguono. Sul fresh market, cioè su quel segmento di persone che non hanno mai avuto la banda larga, continuiamo a essere i primi con il 70-80% di quota».
Rispetto a solo pochi mesi fa si ha l’impressione di una maggiore attenzione del governo verso l’incumbent, cioè voi. È così?
«Devo dire che il governo si sta muovendo bene, a esempio procedendo verso una digitalizzazione spinta della Pubblica amministrazione. Gli effetti positivi si avranno su tutto il mercato. In Italia ci sono ancora troppe famiglie senza pc: quasi il 40%. Il resto della popolazione ha invece un tasso di alfabetizzazione informatica sugli standard europei. E su questo il governo fa bene ad agire».
I rapporti con Telefonica, posto che sul Brasile sono inesistenti, su cosa si incentrano dal punto di vista industriale?
«Le do solo qualche flash. In Germania usiamo la loro rete fissa. Assorbono da noi esperienze sul mobile e noi da loro le migliori pratiche sulla banda larga. È una collaborazione molto utile».