Telecom, s’indaga sulle speculazioni in Borsa

I magistrati vogliono verificare se qualcuno utilizzò le informazioni privilegiate per lucrare sul titolo

da Roma

La Procura di Roma ha scelto il reato su cui indagare per il caso Telecom. È insider trading. Resta ancora senza ipotesi di reato, invece, il fascicolo aperto dai pm milanesi sullo scorporo di Telecom. In compenso, è stato affidato ai pm Francesco Greco, Carlo Nocerino e Laura Pedio.
L’inchiesta romana, seppure resta ancora «contro ignoti», ha scelto la strada di verificare se qualcuno ha utilizzato informazioni privilegiate per guadagnare in Borsa dalle fluttuazioni del titolo Telecom, prima dell’annuncio ufficiale dello scorporo di Tim da Telecom.
Sull’argomento sta indagando il nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza. I militari dovranno controllare, attraverso intermediari, se nei giorni «caldi» della vicenda ci siano stati ordini di acquisto o di vendita da parte degli attori dell’operazione. La relazione della Consob ricevuta dai magistrati romani che indagano sull’operazione (i pm Stefano Rocco e Gustavo De Marinis, coordinati dal procuratore capo Giovanni Ferrara) non individuerebbe alcuna anomalia sul reato ipotizzato. Gli scambi - avrebbe detto l’Autorità sulla Borsa - sarebbero avvenuti entro volumi considerati normali e gli intermediari che hanno operato sarebbero stati quelli usuali.
Al centro delle indagini dei magistrati, romani e milanesi, è quindi la vicenda dello scorporo di Tim da Telecom, decisa dal consiglio di amministrazione della Telecom l’11 settembre e che ha innescato le critiche di Romano Prodi. «Trovo sconcertante - disse il presidente del Consiglio il giorno dopo - che il vertice Telecom non mi abbia detto nulla della scelta». In realtà - ma questo verrà ufficializzato più avanti - Tronchetti Provera, come ha detto in un’intervista e come ha messo a verbale del consiglio d’amministrazione del 15 settembre, informò il capo del governo di aver intenzione di scorporare Tim da Telecom, e Prodi in quell’occasione non fece commenti sull’operazione.
Poi due quotidiani (Sole-24 ore e Corriere della Sera) pubblicarono il cosiddetto piano-Rovati, recapitato a Tronchetti Provera con un biglietto di accompagnamento su carta intestata della presidenza del Consiglio. Vale a dire il progetto messo a punto da uno dei più stretti collaboratori del presidente del Consiglio (nonché suo testimone di nozze) in cui veniva prefigurato lo scorporo della rete fissa, affidarla ad una società da mettere sul mercato; con l’obiettivo che la Cassa depositi e prestiti (società del ministero dell’Economia) potesse sottoscrivere almeno il 30% del capitale.
Romano Prodi ha sempre detto, anche in Parlamento, di non essere a conoscenza di quel piano. In un’intervista a El Pais, però, Prodi aggiunge altri particolari sulla vicenda. «La verità - sostiene - è che nessuno può rimproverarmi niente. Io non sapevo nulla della relazione di Angelo Rovati. Ma anche se lo avessi saputo, che importanza aveva? Il documento non era per niente ufficiale».
A dir la verità, forse qualche importanza l’avrebbe avuta la circostanza che il presidente del Consiglio era a conoscenza dello schema Rovati. Soprattutto se questa circostanza è stata sempre negata: prima in Cina, durante una visita ufficiale di governo, poi davanti alla Camera e al Senato.
Il capo di un governo G7 non interviene ufficialmente nelle vicende che riguardano un’azienda privata, come prefigurava lo schema Rovati. E tantomeno rivela trattative riservate della stessa azienda con altri soggetti internazionali, come invece ha fatto la presidenza del Consiglio in una nota ufficiale.