«Telecom è sana, la Borsa lo capirà»

Tra i soci spicca il 3,9% delle Generali e spunta Amenduni con l’1,4%. Le quote di controllo e il ruolo di Pirelli

Marcello Zacché

da Milano

Marco Tronchetti Provera celebra il rito dell’assemblea di Telecom con la consapevolezza di chi sta portando avanti un progetto difficile. E proprio nel momento in cui le società di tlc sono viste come il fumo negli occhi dalle Borse.
La stabilità dei soci, la dimensione del debito, la redditività restano i nodi del gruppo. E Tronchetti ha ieri detto, di fronte ai soci, che «l’azienda è solida e redditizia», che «non ha più a che fare con il 2001, quando era un’azienda di telefoni», perché oggi «investiamo pesantemente in tecnologia per sostenere la crescita». Senza voli pindarici tipo aggregazione con Mediaset, che va archiviata per Tronchetti come pura «fantasia».
Nello stesso tempo, però, Piazza Affari continua a non volerne sapere di Telecom e anche ieri il titolo è stato debole, chiudendo a 2,3 euro: il conto, rispetto a un anno fa, è in «rosso» del 15 per cento. Tronchetti non lo nasconde: «Siamo tutti insoddisfatti del livello del titolo». Le aziende di tlc sono penalizzate ovunque e Telecom non fa eccezione. «Hanno un valore di Borsa - dice ancora il presidente del gruppo - di 5-6 volte l’ebitda, mentre quelle dei media hanno un multiplo di 8 e alcune utilities fino a 15». Perché? Timori che gli investimenti in tecnologia non producano ritorni. Che, per Tronchetti sono invece sicuri. Come è accaduto nel 2005, con 3,2 miliardi di utile netto (dividendo di 0,14 euro e 0,151 per le risparmio, in pagamento dal 27). Basta aspettare che anche gli investitori istituzionali se ne rendano conto, facendo così cadere anche le perplessità delle società di rating che in questi giorni hanno rivisto al ribasso le loro «pagelle». La situazione finanziaria è comunque sotto controllo: Telecom «non ha bisogno di alcun aumento di capitale», dice Tronchetti. Mentre sul debito conferma il target di indebitamento a fine 2007 di 33 miliardi, rispetto ai 40 attuali e ai 49 di un anno fa, subito dopo la fusione con Tim.
Obiettivi che per essere raggiunti da questa gestione necessitano di una stabilità azionaria che, nonostante la debolezza del titolo (che rende più agevole un’eventuale scalata), può contare su alcuni punti fermi: come si è visto ieri in assemblea, oltre a Olimpia (la holding targata Pirelli che detiene la maggioranza relativa del 18%) ci sono altri «amici» tra i grandi soci. Tra questi spiccano Generali con il 3,9% (quasi il doppio di un anno fa), Mediobanca (ferma all’1,5%) e Pirelli: la società milanese primo azionista di Olimpia ha recentemente portato all’1,36% la propria quota diretta. Solo così la maggioranza su cui può contare Tronchetti sfiora il 25 per cento. E può forse contare anche sul gruppo acciaiero Amenduni (da ieri si sa che è entrato con l’1,4%) e sull’appoggio istituzionale di Bankitalia, che ieri ha votato con l’1,6 per cento. Senza contare che sul 3,37% che oggi è di Holinvest, ma che potrebbe presto passare interamente a Hopa, Olimpia ha un diritto di prelazione per due anni. Un assetto che, senza ansie finanziarie, come ha ricordato Tronchetti, resterà tale anche dopo l’uscita di Intesa e Unicredito, le cui quote verranno rilevate da Pirelli. Che alla fine dovrebbe arrivare vicina al 75% di Olimpia, lasciando il resto in mano ai Benetton.
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