Telecom, da sinistra no a Berlusconi Lui: nessun problema

da Roma

Cambia congresso (dai Ds alla Margherita); cambia città (da Firenze a Roma); ma la posizione di Silvio Berlusconi su Telecom resta sempre la stessa. «Confalonieri e i miei figli mi hanno riferito che rappresentanti del mondo bancario hanno chiesto a Fininvest e Mediaset, ove si realizzasse una cordata di imprenditori italiani, se ci fosse la disponibilità di partecipare. Fininvest - prosegue l’ex premier - senza nessun interesse altro che il fatto di mantenere un’importante società in ambito italiano, ha detto che a parità di investimenti con gli altri imprenditori, è disponibile».
E, come al congresso dei Ds, il Cavaliere precisa: «Se si levano voci che dicono che ci sono conflitti d’interesse e che si fanno cose politiche inaccettabili, Fininvest si tirerà sicuramente indietro senza rimpianto alcuno».
Gli chiedono se la difesa dell’italianità di Telecom sia una contraddizione rispetto alla libertà di mercato. E Berlusconi spiega che, secondo lui, «il mercato è mercato. Se vanno avanti gli italiani invece degli stranieri, lo preferisco. Ma senza nessuna intrusione o invasione della politica e del governo nel libero mercato».
Anche perché - come osserva Alberto Bombassei, vicepresidente della Confindustria - gli interventi della politica sull’economia «producono danni incalcolabili. Siamo fortemente contrari ad interventi diretti sull’economia. Li consideriamo deleteri per l’immagine internazionale e vanificano i pochi investimenti in Italia».
Dal congresso della Margherita, seppure senza mai pronunciare il nome Telecom, Romano Prodi difende l’operato del governo sulla vicenda. Nell’ambito del libero mercato - dice il presidente del Consiglio - il ruolo dello Stato deve essere rigorosamente limitato a dare buone regole, ma anche a farle rispettare». Come a dire: noi ci siamo limitati a dare nuove regole. «Già - sembra rispondergli a distanza Berlusconi - ma non si possono cambiare mentre si gioca».
Il dialogo a distanza riguarda il ruolo della rete d’infrastrutture della Telecom. Francesco Rutelli osserva che «i limiti delle privatizzazioni, emersi nell’ultimo decennio, non possono costituire un alibi per qualunque ipotesi di ripubblicizzazione». Come si proponeva di fare il piano messo a punto da Angelo Rovati la scorsa estate, all’epoca consigliere economico di Prodi. Ed a proposito della rete (che può funzionare bene anche in mani private, osserva Berlusconi) Pasquale Pistorio neopresidente di Telecom rivela che il dialogo con l’Autorità della Comunicazioni sullo scorporo.
Resta nutrita la pattuglia di esponenti del centrosinistra contrari all’ingresso di Berlusconi, seppure con una quota minoritaria, in Telecom. «Non ci sarà nessuna vicenda economica-finanziaria, e nessun sorriso - osserva Dario Franceschini, capogruppo dell’Unione a Montecitorio - che ci faranno cambiare decisione di votare fra un mese alla Camera la nuova legge sul conflitto d’interessi». E Goldman Sachs precisa che se Berlusconi vuole entrare in Telecom deve essere cambiata la legge. D’accordo con la banca d’affari anche Antonio Maccanico.
Insomma, la sinistra teme un evento del genere. «Comunque, non vedo Berlusconi come il salvatore della Patria», commenta Gavino Angius. «Io, invece, sono realmente preoccupato di un’eventualità del genere», chiosa Fabio Mussi.