Telecom, stop della Ue: il governo non intervenga

Anna Maria Greco

da Roma

Il governo è preoccupato per l’operazione Telecom-Tim, il governo deve intervenire. Con la golden share, il potere di veto su qualunque cessione, invocano dall’Unione Italia dei valori, Prc, Pdci, verdi.
Ma il veto lo pone, preventivamente, Bruxelles. «Le golden share in quanto tali non hanno spazio nel mercato interno», avverte il portavoce del commissario Ue, Charlie McCreevy. Boccia la possibilità che nel caso Telecom l’esecutivo di Romano Prodi utilizzi questo strumento, ma precisa di parlare in generale, perché al momento non si conosce il progetto di riassetto.
A questo punto, però, il premier è costretto a spiegare dalla Cina che lui a quella strada non ci pensa neppure, malgrado le pressioni. «Chi ha mai parlato di golden share?», risponde Prodi quando gli chiedono di commentare la dichiarazione di Bruxelles. E da Palazzo Chigi fanno sapere che non sono noti i dettagli del piano e, per ora, non vi sono elementi che autorizzino timori per l'interesse nazionale. Condizione questa, per far scattare la golden share.
Eppure, nel governo c’è chi invoca questo intervento, mentre la Cdl lo definisce «un’arma impropria». Il primo è Antonio Di Pietro, a Nanchino con il premier. Per lui, il potere di veto può e dev’essere esercitato, anche se è «un pannicello caldo» e non basta. Una testa deve cadere, secondo il ministro per le Infrastrutture, quella di Marco Tronchetti Provera. Lui è il «principale responsabile del grande debito che sta attanagliando l'azienda, quindi, non può gestire ora la fase di riorganizzazione». Per Di Pietro «non è possibile che lo stesso vertice che un anno fa pensava che acquisire Tim fosse un'operazione valida, ora cambi rotta, facendo un vero e proprio spezzatino». Se non cambia il management, finirà come con il calcio: «gli stessi personaggi volevano risanare il sistema dopo che lo avevano inguaiato».
Per il ministro «il capitalismo italiano ha preso una direzione allarmante» e, se non si riportano sotto il controllo pubblico i monopoli naturali, «si rischia di trasformare l'economia liberale in un neofeudalesimo liberale». Il governo deve difendere l’interesse dei cittadini e Di Pietro dice che si comporterebbe con Telecom come sta facendo con Autostrade: sono società private e possono decidere del loro destino, ma non possono portarsi «in dote quel che non è loro, e cioè le concessioni». Il ministro avverte che «il capitalismo italiano ha preso una direzione allarmante» e, se non si riportano sotto il controllo pubblico i monopoli naturali, «si rischia di trasformare l'economia liberale in un neofeudalesimo liberale».
Difendono l’«italianità» delle società nevralgiche ministri come Alfonso Pecoraro Scanio, Paolo Gentiloni e Clemente Mastella, il Ds Luciano Violante e anche Maurizio Gasparri di An.
Tra Cina, Italia ed Europa infuria la polemica, con il governo allarmato, la maggioranza che si divide e la Cdl che accusa l’esecutivo di «dirigismo» e difende la libertà di mercato, ricordando a Prodi che gli errori furono fatti con la privatizzazione di Telecom, gestita dal suo primo governo. Lo dice Gianni Alemanno di An, rispondendo a Di Pietro che, dovrebbe chiedere le dimissioni non di Tronchetti, ma di Prodi. «La logica di mercato non può esser buona a corrente alternata- afferma il vicecoordinatore di Fi, Fabrizio Cicchitto - va bene per alcune banche, non va bene per la Telecom». Insomma, l’operazione può essere «discutibile» nel merito, ma sul piano del metodo e nel rispetto delle regole europee, non può essere bloccata da un «intervento dirigista del governo», perché non fa gli interessi di parte del mondo finanziario-editoriale. «Vizio dirigista in grande spolvero», fa eco Marco Follini dell’Udc. Laconico il commento di Fini: Prodi e Tronchetti non si sono capiti. E invita alla salvaguardia delle reti.
«Il governo non può essere indifferente nella vicenda», replica il ministro del Lavoro, Cesare Damiano.