Telecom, Tavaroli coinvolge anche Fassino e i Ds

L’ex-capo della sicurezza di Telecom Italia coinvolge l'esponente del Pd nell'inchiesta sui dossier illeciti riesumando l'inchiesta Oak Fund: "Il denaro viaggiò nella pancia di 300 società fino a Londra in un conto dove avevano la firma Piero Fassino e Nicola Rossi"

Roma - I dossier illegali di Telecom, le "soffiate" dell’ex-capo della sicurezza di Telecom Italia, Giuliano Tavaroli, e l'inchiesta giudiziaria vanno sempre più a intrecciarsi con le sale della politica. E nell’intervista di Giuseppe D’Avanzo, pubblicata oggi su Repubblica, Tavaroli parla di non meglio precisate tangenti che sarebbero "approdate a Londra nel conto dell’Oak Fund a cui erano interessati i fratelli Magnoni e dove avevano la firma Nicola Rossi e Piero Fassino". Una dichiarazione che ha scosso tutto il parlamento smuovendo reazioni nella maggioranza e nell'opposizione.

La verità secondo Tavaroli Chiusa l'inchiesta, 34 persone sono state rinviate a giudizio per corruzione e appropriazione. Indagate Telecom e Pirelli, ma non gli ex manager Marco Tronchetti Provera e Carlo Buora. Nel tentativo di ricostruire la vicenda, Tavaroli svela al quotidiano fondato da Eugenio Scalfari tutti i retroscena: "Al presidente di Telecom servivano informazioni. Mi chiamava e io le raccoglievo: non esitavo a sporcarmi le mani". Tavaroli pone, però, l'accento sulla verifica del pagamento di eventuali tangenti da parte di Roberto Colaninno ai Ds: "Fu un lavoraccio l’inchiesta Oak Fund. Per quel che ha scritto Cipriani nel dossier chiamato 'Baffino', ora nelle mani della procura di Milano, i soldi hanno viaggiato nella pancia di trecento società in giro per l’Europa per poi approdare a Londra nel conto Oak Fund a cui erano interessati i fratelli Magnoni e dove avevano la firma Nicola Rossi e Piero Fassino. Queste cose le ho dette anche ai pm che mi hanno interrogato. Loro mi dicevano: non scriviamo i nomi nel verbale, diciamo 'esponenti politic'". Nel suo racconto Tavaroli parla a tutto campo tirando in ballo nomi rilevanti della nomenclatura politica. Cita tra gli altri il ministro Tremonti: "Diceva in giro che Telecom stava per fallire. Parlai con un suo uomo e tutto tornò a posto". Cita anche Gianni letta ("Ci avvisò che la Kroll voleva screditarci. Così la politica voleva spiegarci che era meglio andare d’accordo") e ancora i rapporti col magistrato Armando Spataro: "Ho l’idea di farlo incontrare con Tronchetti [...] ma la conversazione non va per nulla bene" perché le dichiarazioni dell’imprenditore "suonano come una difesa pregiudiziale di Berlusconi e una censura per le iniziative della magistratura. Spataro ne ricava la convinzione di avere di fronte un uomo piegato agli interessi di Berlusconi. Nessuno gli ha più tolto quell’idea dalla testa".

Una pioggia di querele L’esponente del Pd Piero Fassino ha annunciato di voler querelare Tavaroli: "Le affermazioni su di me sono pura falsità, inventate di sana pianta". L’ex-segretario dei Ds assicura di "non conoscere i fratelli Magnoni" né di aver "mai avuto firme su conti esteri". "Non so neanche cosa sia l’Oak Fund - aggiunge - per queste ragioni ho immediatamente dato mandato ai miei legali di tutelarmi contro Tavaroli, D’Avanzo e chiunque altro sia responsabile di questa vigliaccata, nonché contro chiunque continuasse a diffonderla". Fassino trova "inconcepibile" che Repubblica pubblichi "una notizia del tutto falsa senza neanche verificarne la minima attendibilità". Anche Nicola Rossi, senatore Pd, dichiara che "quanto riportato oggi da alcuni organi di stampa è destituito di ogni fondamento", precisando di "aver dato ampio mandato ai suoi legali di tutelarlo in tutte le sedi opportune e in tutte le forme consentite dall’ordinamento". Querela annunciata anche da Colaninno per le dichiarazioni riportate dal giornale, in cui Tavaroli parla di presunte tangenti. "Colaninno dichiara che tali notizie sono prive di qualunque fondamento e del tutto contrarie al vero e di aver perciò conferito mandato ai propri legali per tutelare la propria reputazione nelle sedi a ciò preposte", si legge in un comunicato.

Innumerevoli smentite In un’altra nota, il segretario dell’Udeur Clemente Mastella spiega di aver "sempre fatto la politica per la politica", respingendo le dichiarazioni rilasciate da Tavaroli sulle circostanze che nel 1998 determinarono il passaggio dell’allora Udr dal centro-destra al centro-sinistra. "Al riguardo, quelle del signor Tavaroli sono soltanto illazioni, destituite di ogni fondamento e delle quali risponderà in tribunale. Ho dato infatti mandato all’avvocato Titta Madia di querelarlo con amplissima facoltà di prova", dice Mastella. Una smentita su quanto pubblicato arriva anche Vicenzo Novari, amministratore delegato dell’operatore telefonico 3 Italia controllata da Huchison Whampoa, tirato in ballo per un suo presunto ruolo nel passaggio di Mastella da una parte politica all’altra. "Nel 1998 l’azienda 3 Italia non esisteva, essendo nata solo nella seconda metà del 1999. Vincenzo Novari, nel '98, lavorava in altra azienda ed è entrato in 3 Italia solo nel febbraio del 2000", spiega un comunicato. Tavaroli è tra i 34 indagati di un’inchiesta appena chiusa dalla Procura di Milano sulla raccolta illecita di informazioni riservate, che vede sotto indagine anche Telecom e Pirelli.

Il Pd fa quadrato attorno a Fassino A scuotere il vertice dei democratici non sono tanto le accuse di Tavaroli, considerate del tutto prive di fondamento "vista l’onesta assolutà" dell’ex segretario Ds, ma il fatto che un grande quotidiano come Repubblica accolga affermazioni "del tutte prive dell’onere della prova" e che non sono neanche diventate atti d’inchiesta. L’indignazione per le affermazioni di Tavaroli è emersa in modo corale, stamattina, durante la riunione del coordinamento del partito, durante la quale tutti hanno espresso solidarietà a Fassino e condiviso la decisione di querelare il quotidiano romano, gesto, spiegano ambienti vicini all’ex segretario della Quercia, che vale come monito a chiunque decida di gettare "altro fango". Il leader del Pd Walter Veltroni ha subito espresso pubblicamente piena fiducia per Fassino e così hanno fatto big come Pierluigi Bersani. Ma al di là della certezza dell’innocenza di Fassino che "non ha mai avuto conti all’estero", preoccupa la pubblicazione del "Tavaroli pensiero". E se c’è chi è tentato dal fare interpretazioni dietrologiche, in generale pubblicare il memorandum dell’ex capo della sicurezza di Telecom viene considerato a piazza del Nazareno come la prova di "una democrazia malata", nella quale "viene meno il senso di responsabilità del giornalismo".