Telecom, Tronchetti spiazza l'Unione

Tensione nella maggioranza dopo l’annuncio della trattativa
per vendere agli stranieri. Sircana: &quot;Il cda va rispettato&quot;. Visco: &quot;Partita ancora aperta&quot;. Berlusconi: &quot;È il mercato&quot;. <a href="/a.pic1?ID=168442"><strong>I prodiani vedono complotti Usa</strong></a>. Banche, <a href="/a.pic1?ID=168440"><strong>cresce &quot;l'irritazione&quot;</strong></a><strong>. </strong>Tremonti ai compratori: <strong><a href="/a.pic1?ID=168440">&quot;Portate tecnologia, non debiti&quot;</a></strong>

Roma - Più Stato o più mercato (controllato dallo Stato)? Questo è il problema che attanaglia la maggioranza dell’Unione alle prese con le offerte congiunte di At&t e di América Móvil per la quota di controlla di Telecom Italia. Le due anime di Amleto, in questo caso, sono incarnate dal presidente della Camera, Fausto Bertinotti, e dal portavoce unico del governo, Silvio Sircana.
Per quest’ultimo, qualsiasi decisione prenda il consiglio di amministrazione di Telecom sarà «sacra». L’ex segretario di Rifondazione, al quale lo scranno più alto di Montecitorio sembra andare sempre più stretto, considera invece una «lesione della sovranità nazionale» l’impossibilità della politica di pronunciarsi sulla vicenda. Due opposte visioni del mondo che si contraddicono e che semplificano il lavoro dell’opposizione di centrodestra. La Cdl, pur ribadendo con lo stesso leader Silvio Berlusconi che «è il mercato» a dover dire l’ultima parola, ha messo in evidenza le pericolose tendenze statalizzatrici della maggioranza.
Bertinotti vs. Sircana. «Su una scelta strategica per lo sviluppo del Paese come quello delle reti di Telecom, il potere politico istituzionale non può esprimersi perché in altri luoghi si prendono le decisioni». È rammaricato il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, e non lo nasconde. «Siamo di fronte - aggiunge - a una lesione della sovranità nazionale». Poi, si corregge per non dar l’immagine del sovietizzatore. «Il che non vuol dire - precisa - che la soluzione sarebbe la scelta dello Stato imprenditore». A far da contraltare l’inaspettata professione di liberismo di Silvio Sircana, portavoce del governo: «Le decisioni del cda sono sacre e si rispettano». Punto.
La sinistra radicale. «Siamo assai sorpresi dalla dichiarazione di Sircana che pare sottovalutare l’importanza di questa vicenda ai fini dell’interesse pubblico nazionale». Gennaro Migliore, capogruppo del Prc alla Camera, ha attaccato l’alter ego comunicativo di Prodi e ha ripetuto, se mai ve ne fosse stato bisogno, che per la sinistra radicale la soluzione è una sola: lo Stato. «Ribadiamo - ha precisato - la nostra decisa contrarietà a questa operazione e appare singolare che si dia ancora un credito incondizionato a Tronchetti Provera». Poco diplomatico pure il sottosegretario all’Economia ed esponente della sinistra Ds, Alfiero Grandi. «Non si possono consentire operazioni tutte giocate sulla speculazione finanziaria: Tronchetti alza il prezzo oppure è preso dalla disperazione e vuole vendere. Non si può fare», commenta. Folena (Prc) e Bonelli (Verdi) propongono di «dare avvio al piano Rovati e ricomprare la rete». Il Pdci con Diliberto e Sgobio ritiene necessario «scoraggiare la vendita agli stranieri» per evitare il rischio di «colonizzazione». La proprietà privata, evidentemente, è un incidente di percorso più che un diritto.
L’imbarazzo del governo. Prodi tace. Un po’ per non evocare il fantasma di Rovati e un po’ per non scontentare i suoi alleati con una qualsiasi dichiarazione. Parla Giulio Santagata, suo fedelissimo e ministro per l’Attuazione del programma. «In concreto il governo non può fare alcunché e non credo che farà alcunché», dichiara. Il resto dell’esecutivo oscilla tra la preoccupazione per le sorti dell’azienda e l’imbarazzo derivante dall’aver, volente o nolente, le mani legate. «Una prova non brillante del capitalismo italiano», osserva il vicepremier Francesco Rutelli. «Mi pare che la partita sia ancora aperta e non mi pare che ci sia grande interesse da parte degli italiani», sostiene il viceministro dell’Economia Visco. «Il problema sono le prospettive industriali», dice il ministro dello Sviluppo, Pier Luigi Bersani, mentre il titolare delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, auspica una «soluzione italiana», e quello del Lavoro Damiano esprime generica preoccupazione per i dipendenti. «Il governo ha tutti gli strumenti necessari: vediamo cosa matura nelle prossime ore», precisa il segretario dei Ds, Piero Fassino. Come nella pièce di Beckett sembrano aspettare un Godot che non arriva mai: un cavaliere bianco italico, un «capitano coraggioso» per dirla con D’Alema.
Di Pietro-show. Il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, che ha bloccato la fusione Autostrade-Abertis non poteva non dire la sua. Prima ha rimbrottato Sircana: «Le decisioni del Cda sarebbero sacre se esso rappresentasse la maggioranza degli azionisti». Poi ha aderito all’iniziativa del comico Beppe Grillo: raccogliere le deleghe per rappresentare i piccoli azionisti alla prossima assemblea. E infine si è fatto promotore di un decreto legge sulla governance per abolire le scatole cinesi che consentono il controllo di un gruppo con quote di minoranza. Peronismo alla molisana.
Il liberismo della Cdl. «Telecom? È il mercato», chiosa Silvio Berlusconi. Nel centrodestra nessuno ipotizza alternative. «Viviamo in un’economia globalizzata», chiosa Fabrizio Cicchitto. «C’è solo un modo per far sì che Telecom resti italiana: fare un’offerta migliore», premette Maurizio Gasparri (An). «Un coro di dirigisti da operetta», ribadisce Adolfo Urso. Per Francesco Pionati (Udc), «il protezionismo è antistorico». Peccato che dall’altra parte ci sia chi ha nostalgia dell’Iri.