Telecom, gli Usa: troppo potere del governo nell'economia

L’ambasciatore americano Spogli: "Le regole non sono uguali per tutti". Dopo la rinuncia
di At&t interviene anche l'Ue: "Non ci devono
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Roma - Il giorno dopo il ritiro dell’At&t, sul caso Telecom scende in campo l’ambasciatore degli Stati Uniti. Senza troppi giri di parole, Ronald Spogli osserva che fra Usa e Italia c’è «una grandissima differenza sul concetto di presenza del governo negli affari dell’economia. Qui c’è una lunga tradizione di presenza molto forte del governo». In America, invece, «viviamo in una società in cui il governo stabilisce regole, però lascia che i settori si sviluppino nella maniera giusta».
Come a dire: è stata la massiccia presenza del governo nella trattativa a convincere At&t a ritirare l’offerta per acquisire il 33% di Olimpia. E precisa: «Sarà molto importante per gli italiani determinare se questo è il sistema che vogliono per il futuro». In più, l’ambasciatore Usa ricorda che gli investimenti Usa in Italia sono più bassi di quelli realizzati in Francia, Spagna e Germania. Fenomeno determinato da diversi motivi. Ma fra questi - osserva Spogli - «c’è il non capire se le regole siano uguali per tutti».
Insomma, è proprio il mancato rispetto delle regole che avrebbe spinto At&t a uscire ancora una volta dal mercato italiano. E l’Unione europea mette il dito nella piaga. «È importante - sottolinea il portavoce del commissario europeo Viviane Reding - che il sistema delle regole italiane sia in linea con quello europeo. E che non ci sia un uso scorretto delle leggi». Insomma - sostiene Bruxelles - «crediamo che il mercato italiano delle telecomunicazioni dovrebbe essere aperto a tutto il mondo».

Alla base delle critiche dell’ambasciatore americano e della Commissione europea il fuoco di fila del governo e della maggioranza sulla rete d’infrastrutture Telecom. Più di un ministro ha chiesto un decreto per scorporare la rete da Telecom. Poi, la maggioranza ha (o avrebbe) optato per un emendamento da presentare al disegno di legge fermo in Parlamento per autorizzare maggiori poteri all’Authority delle comunicazioni per verificare lo scorporo effettivo. Per gli americani e per l’Unione europea questo dibattito rappresenta una modifica delle regole a partita iniziata. Paolo Gentiloni, ministro delle Comunicazioni, spiega che «non c’è stata alcuna ingerenza da parte del governo».

Roberto Pinza, viceministro all’Economia, osserva che «l’At&t è un colosso e non decide di interrompere l’operazione Telecom se glielo chiede un ministro». A dir la verità l’ha chiesto l’intero governo. E ora si aggiunge anche il presidente della Camera. Fausto Bertinotti, indirettamente, rilancia il Piano Rovati. Se la rete delle comunicazioni è unica - dice - il suo monopolio dev’essere pubblico. E per rafforzare le posizioni del presidente della Camera, il gruppo di Rifondazione comunista in un’interrogazione a Prodi chiede che la rete Telecom diventi pubblica.

Musica per le orecchie del presidente del Consiglio. Da Tokio afferma che «non esiste un progetto del governo» per scorporare Telecom. E non poteva dire il contrario, visto che in Parlamento ha annunciato di non conoscere il piano di Angelo Rovati, all’epoca suo consigliere economico, che prevedeva appunto la nazionalizzazione della rete Telecom. Fra l’altro, sostenendo che «non esiste un progetto del governo» sull’argomento, Prodi smentisce i suoi ministri che sono pronti a presentare un emendamento per dare maggiori poteri all’Agcom proprio per raggiungere quel fine. Oppure, oggi, uscita At&t, non c’è più urgenza di separare la rete?