TELEDIARIO: History Channel: docufiction che vale

Cosa contraddistingue un genio nel campo artistico? Come nasce, di cosa si nutre, come si manifesta? A queste domande cerca di rispondere una serie in otto puntate dal titolo Il potere del genio, in onda ogni mercoledì alle 23 su History Channel, uno dei canali di Sky più apprezzati dal pubblico. Si è cominciato con Caravaggio e la sua pittura fuori dai canoni dell'epoca, estremamente realistica e carnalmente espressiva; si proseguirà nelle prossime settimane con Bernini, Rembrandt, David, Turner, Van Gogh, Picasso e Rothko. In poco meno di un'ora, combinando spezzoni di docufiction con ricostruzioni storiche e interventi in prima persona di Simon Schama, professore di storia dell'arte presso la Columbia University, il programma ci immerge nello spirito dell'epoca in cui vissero alcuni dei più grandi artisti della storia mondiale della pittura. Il racconto del loro genio si impasta con lo spirito dell'epoca in cui vissero, si corrompe nelle vicissitudini spesso drammatiche delle loro esistenze, prende una forma che si modella attraverso la continua contaminazione tra percorso umano e artistico, vita privata e destino pubblico. Non certo casuale la scelta di aver iniziato proprio con Caravaggio, personaggio irregolare per antonomasia, vittima nella quotidianità di un carattere ribelle e sregolato e di una serie di disavventure che ne forgiarono però la tempra artistica, regalandoci opere di straordinario impatto, con una tale dose di crudo realismo da capovolgere l'idea che l'arte fosse qualcosa di consolatorio, dedicata soltanto al culto e alla valorizzazione del bello. Il potere del genio è un esempio di come la tv abbia ormai raggiunto un rodato grado di perfezionamento nel campo della divulgazione storica, ottenuto attraverso una serie di tecniche di comunicazione in grado dapprima di affiancarsi alla cultura veicolata dai libri, e poi addirittura di soppiantarla in misura crescente. In questo passaggio dall'apprendimento libresco a quello visivo si perde ovviamente una buona dose di profondità cognitiva, ma è probabile che questo handicap venga compensato dalla maggiore possibilità che le nozioni apprese rimangano più efficamente impresse grazie alla carica emotiva delle immagini sceneggiate. C'è poco da fare: ormai la storia, e persino quella dell'arte, si fa sempre più spesso in tivù piuttosto che sui libri, si racconta con l'agile tecnica della docufiction, si fissa con una certa facilità nella memoria grazie alla presenza di sequenze di forte impatto, si insegna portando davanti alle telecamere il professore, lo storico, l'esperto, che deve essere in grado di apparire non solo credibile e autorevole ma anche spigliato, accattivante, padrone del mezzo di cui si serve. Senza potersi più nascondere dietro una cattedra.

roberto_levi@libero.it