La Telefónica di Mediobanca va, quella di Pirelli no

Il piano di riassetto bocciato a febbraio non era diverso, ma il governo si mise in mezzo. Il problema? Tronchetti

A ben guardare la soluzione trovata per Telecom non è così nuova. L’idea dell’ingresso di un partner industriale tra i grandi soci era presente a Marco Tronchetti Provera, principale azionista del gruppo tramite Pirelli, già dai contatti dell’estate scorsa con Rupert Murdoch, non graditi al governo. Più tardi, verso il 10 febbraio, un’altra trattativa arrivò assai avanti.
E il nome del partner era lo stesso di adesso: Telefónica, con la quale Pirelli aveva persino concordato la stesura di un memorandum of understanding. Allora non se ne fece nulla, oggi si è invece chiusa la partita. E non che il presidente Cesar Alierta abbia ruoli diversi: nel piano di febbraio avrebbe rilevato il 49% della holding che controlla il 18% del gruppo, mentre oggi l’accordo è per il 42,3% di una scatola che avrà il 23,6%.
In «trasparenza», cioè in azioni Telecom, la differenza è di appena l’1,1 (9,9% contro 8,8). Né è cambiato il secondo socio-imprenditore stabile: Benetton era, e Benetton rimane, ancorché con qualche azione in meno.
Tuttavia, l’8 marzo, l’allora presidente Guido Rossi procedette nel consiglio d’amministrazione che doveva approvare il piano industriale, senza informare i consiglieri dei progetti di Telefónica. Contribuendo in maniera decisiva, con l’appoggio di Mediobanca, al naufragio di quell’opzione. Oggi è stata la stessa Mediobanca a portare Telefónica in Telecom. E già si parla di Guido Rossi come il prossimo presidente del gruppo, per un «Rossi ter».
A ben guardare, dunque, la differenza è una e una sola: tra Telefónica uno e Telefónica due è uscito di scena Tronchetti Provera. La prima soluzione presentava sia l’imprinting del presidente di Pirelli, sia il mantenimento del controllo in casa Bicocca, sia la permanenza dei Benetton. Nella seconda manca Tronchetti, e al suo posto ci sono Mediobanca e Intesa Sanpaolo. Ecco che allora il dubbio che a monte di tutto esistesse un piano il cui obiettivo numero uno fosse quello di allontanare la Pirelli da Telecom appare verosimile. Un piano che, lo ha detto sabato Antoine Bernheim, presidente di Generali, appena diventato il primo azionista tricolore di Telecom, stava molto a cuore al governo. Al punto che il ministro dell’Economia ha telefonato a Bernheim.
Per questo la svolta finale della vicenda è la storia di un «esproprio» partito da lontano. D’altra parte lo ha detto anche ieri Di Pietro: «Il problema non è l’italianità, ma la Rete». Il governo Prodi aveva deciso già dall’estate che la Rete fissa di Telecom non poteva rimanere nelle mani di un imprenditore privato. Non poteva rimanere a Tronchetti. Una scelta dettata dall’incorreggibile dirigismo che ha ispirato fin da subito la politica industriale di questo esecutivo. E di certo esasperata dallo scandalo delle intercettazioni telefoniche abusive effettuate da una struttura illegalmente costituita all’interno del gruppo Telecom. Che poi queste intercettazioni non fossero tali, derubricate a «dossier», poco importa. Il punto è che la Rete fissa delle tlc nazionali è stata fortemente percepita non solo come infrastruttura di servizio, ma anche come asset strategico per la sicurezza nazionale. E, come tale, da riportare al più presto sotto un cappello istituzionale. Per pagarne il prezzo ci voleva una Telefónica che intervenisse. Ma quello che si chiude qui dà tutta l’impressione di essere solo il primo tempo.