La telefonata di D’Alema a Consorte che insospettì i pm del caso Unipol

Il 14 luglio 2005 i due fissano un incontro riservato coi rispettivi bracci destri

Gianluigi Nuzzi

da Milano

La caccia è aperta. Bisogna individuare chi nel luglio scorso, nei giorni roventi della scalata Unipol a Bnl, spifferò a Giovanni Consorte che i magistrati si stavano muovendo. Che i telefoni erano intercettati. Indicazioni precise. Ricevute forse dal giudice milanese Francesco Castellano, indagato a Perugia per aver incontrato a Bologna Consorte dopo un appuntamento con Achille Toro, il procuratore aggiunto che seguiva il filone romano delle indagini sulle scalate. Ma la storia delle talpe è tutta da scrivere. A Perugia sospettano che Consorte avesse più informatori. Due, forse tre. Uno potrebbe essere Castellano, ma gli altri? Oltre a lui compare un soggetto, indicato come «quel signore» nelle conversazioni intercettate, spunta spesso nei colloqui criptici tra Consorte e Sacchetti. Di chi si tratta? Mistero. Di sicuro a Perugia ampliano lo spettro investigativo. Interrogano testi insospettabili. Come il professor Alfonso Di Carlo, consulente proprio nell’indagine Unipol dell’aggiunto Toro prima che quest’ultimo abbandonasse le indagini. Di Carlo e Consorte si sono incontrati. Il 19 luglio Consorte confidava al suo braccio destro Ivano Sacchetti che «si vedrà anche con il consulente di quel signore “dal quale è andato a Roma” per spiegargli tutto». È lui la talpa? Il professore non è indagato.
Una prospettiva interessante la offrono gli illuminanti brogliacci delle intercettazioni compiute proprio in quei giorni sul telefonino del numero uno di Unipol. Giovedì 14 luglio alle 16.25 Consorte riceve una telefonata dalla sua segretaria di via Stalingrado. La signorina fa «ponte» con una chiamata in attesa. «Ingegnere, c’è l’onorevole D’Alema in linea». E collega il manager della finanza rossa al presidente dei Ds. Si chiacchiera per oltre due minuti. I due hanno urgenza di vedersi. Fissano una riunione allargata.
Giornata e orario per l’incontro non sono proprio da formale appuntamento di lavoro, ma pazienza: la domenica successiva alle 20.30. Vertice a quattro: Consorte, Sacchetti, D’Alema e il suo fidatissimo ex segretario, il senatore Nicola Latorre. Il tema dell’incontro non deve essere la programmazione delle vacanze estive. Chissà. Consorte con D’Alema mostra un tono confidenziale, superiore a quello con Piero Fassino che aggiorna in tempo reale in un rapporto, pare, solo telefonico. Si ricorderà: «Allora siamo padroni di una banca?».
Un indizio cruciale viene dal brogliaccio stesso del colloquio D’Alema e Consorte. Il presidente dei Ds gli dice che deve parlargli a voce delle «comunicazioni». I due, in altre parole, «sembrano alludere alle intercettazioni in corso». La frase virgolettata è un’ipotesi grave, non avanzata da Il Giornale ma proveniente nientemeno che da Marco Travaglio e Peter Gomez, cronisti giudiziari con ottime entrature nelle procure. Sono loro che nel libro «L’Inciucio» scrivono per la prima volta della telefonata D’Alema-Consorte con notizie precise: la collocano il 14 luglio in un contesto davvero inquietante sulle fughe di notizie e sulle talpe. «La fuga di notizie sulle intercettazioni - scrivono - anche se non si sa bene a carico di chi, fa il giro della Roma che conta in un battibaleno. Gli inquirenti se ne accorgono in diretta e sono ore di grande tensione fra magistrati e Guardia di Finanza. Anche perché il 14 luglio a metterli in allarme c’è un’altra telefonata: quella tra il patron di Unipol Giovanni Consorte e Massimo D’Alema che sembrano alludere alle intercettazioni in corso. Evidentemente qualcuno a Roma ha parlato troppo».
E qui bisogna sottolineare un passaggio fondamentale. Quando uscì il libro, stampato a novembre, nessuno si scandalizzò. Anzi lo scoop di Gomez e Travaglio passò sotto silenzio. Ma chi ha passato questa dettagliata notizia agli autori? Chi ha riferito per sunto una conversazione che nemmeno era trascritta, ma registrata solo su supporto magnetico? Perché quando Il Giornale pubblica agli inizi di gennaio l’intercettazione tra Fassino e Consorte viene aperta un’inchiesta mentre quando, ben due mesi prima, trapela il contenuto della telefonata con D’Alema, la magistratura rimane immobile? Non sono casi identici? Due pesi, due misure?
Andiamo avanti. Se hanno ragione Travaglio e Gomez, se D’Alema e Consorte alludono alle intercettazioni, ci sarà da capire come facevano a saperlo. E chi lo disse all’altro. Era D’Alema che informava Consorte o il contrario, Consorte che avvisava il presidente delle intercettazioni?. Insomma la vicenda rimane con molte, troppe ombre. Di sicuro in quei giorni i rapporti tra Consorte e il delfino di D’Alema, appunto Latorre, sono serrati, pressoché quotidiani, 14 telefonate in 13 giorni. Quelle con Fassino sono cinque, poi altre con il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti e con altri esponenti del centrosinistra. Si può anzi affermare che dai brogliacci di Consorte gli interlocutori politici rappresentano un blocco di riferimento ben distinto come quello degli amici concertisti, Chicco Gnutti in testa, sino ai top manager delle coop.
Registrate le conversazioni a luglio, la procura di Milano ritenne che (al momento?) non c’erano estremi di reato tali da chiedere l’autorizzazione alla Camera per la trascrizione e quindi l’utilizzo. Ma oggi lo scenario è completamente diverso. Non sappiamo se D’Alema e Consorte «alludevano alle intercettazioni» come sostiene Travaglio. Di certo se così fosse sarebbe interessante saperne di più. Insomma, dall’indagine sulle talpe, iniziata a Perugia e che vede già un conflitto di competenza tra la procura umbra e quella di Brescia, potrebbe emergere una storia tutta nuova. Ovviamente sulle «comunicazioni», per dirla con le parole di D’Alema.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it