La telefonata mai fatta per il suo ultimo successo

(...) Avevamo poi lavorato insieme sull'Intelligenza Artificiale, tra scienza, letteratura e teatro. Ma solo dopo quella telefonata la stima si era trasformata in amicizia; ci si chiamava con l'urgenza della passione intellettuale, con la voglia di vedere le idee prendere forma e realizzarsi. Ricordo lunghe sere dell'estate scorsa, nella loro casa in riva al mare, passate a bere Mojto e a discutere, in dialoghi socratici, del concetto di «Rappresentazione» e poi a lottare al ristorante per pagare il conto. E lui era un lottatore vero, di lotta greco-romana, la sua presa era decisa e ineluttabile. Ricordo l'enorme rispetto che aveva per il pensiero altrui e la delicatezza con cui evitava di sovrapporsi, attento a preservare negli altri il fragile diritto alla paternità di un'idea. Venerdì scorso i fili del destino si sono, per un triste gioco, annodati: il suo progetto, «da Epidauro a Second Life», il «nostro» progetto, studiato con tanta leggerezza e gioia, veniva finalmente approvato ma il suo telefonino non squillava già più. Volevo parlargli, dirglielo. In realtà volevo chiedergli ancora un consiglio, ma non sul nostro lavoro, su un'altra storia, fatta di uomini molto diversi da lui, di uomini senza idee, senza entusiasmi, saccheggiatori del pensiero altrui perché appunto non avendo idee non ne conoscono il valore, non ne rispettano la fatica racchiusa. Il tuo telefono, Vincenzo, non ha squillato. Mi resta il tuo sguardo limpido, la tua tenacia, il tuo stupore di fronte alla vita. Mi resta il dovere di portare a termine fino in fondo quanto ideato con te. Mi resta la fragilità del non averti vicino. Per quel poco che conta, sappi che anche tu in me avrai sempre un amico.