Telefonata da Roma

Telecom cambia nuovamente padrone. L’avvicinarsi dei nuovi ingressi eccita gli animi del Palazzo della Politica. Banca Intesa, Marco Tronchetti Provera e i Benetton sono alle battute finali di un accordo che potrebbe essere ufficializzato prestissimo. Una pattuglia di istituzioni finanziarie, guidate da Intesa, ritorna sul luogo del delitto. Ma la novità delle ultime ore è proprio questa: la banca di Giovanni Bazoli è partita ed è in grado di menare le danze anche da sola.
Così come avvenne dieci anni fa quando Prodi, Ciampi e Draghi privatizzarono la Stet-Telecom anche oggi si frantuma il possesso del gruppo telefonico tra più investitori. Come allora si respingono al mittente le offerte di operatori stranieri: nel 1997 ci fu il memorandum di intenti con At&t, oggi l’interesse di Telefonica. E come allora Mediaset è il grande nemico e come tale da tenere fuori dalla porta: all’epoca era Ernesto Pascale che aveva alzato lo scudo spaziale di Socrate dotato di 7 miliardi di euro per cablare l’Italia e dunque spazzare via la concorrenza.
Le analogie finiscono. Gaetano Miccichè, l’uomo dei grandi affari di Intesa, e Gerardo Braggiotti, il consulente più fidato di Tronchetti, lavorano all’accordo. L’avvocato Franco Bonelli ha pronti i contratti. Il numeretto finale, quello del prezzo, sarà l’ultimo tassello della trattativa: anche se la cifra che dovrebbe essere trovata come buon compromesso sarebbe vicina ai 2,7 euro. Restano ovviamente da definire tanti importanti passaggi. Ma quello fondamentale è quello che i banchieri definiscono «il frontrunner». Insomma il socio industriale che ci metta la faccia. I Benetton sono già dentro e hanno già fatto sapere che a determinate condizioni (quelle che evidentemente si stanno creando) restano. Un gruppo industriale dal grande peso e dall’innegabile solidità. Persino Roberto Colaninno è stato contattato.
A ciò si aggiunga che i nuovi strumenti di governo societario introdotti recentemente in Italia permettono di governare un’impresa separando nettamente proprietà da manager (il sistema duale) e dunque forniscono un buon alibi ad una pattuglia proprietaria così variegata.
Ci sono due livelli di lettura su questo passo, per ora in assolo, della principale banca italiana.
Un livello più industriale. Cosa faranno Generali e Mediobanca, oggi azioniste importanti di Telecom. E come intende rispondere la Capitalia di Cesare Geronzi, che fino a pochi giorni fa tesseva la tela per una soluzione unitaria? Il nuovo assetto proprietario che si verrebbe a creare in Telecom rompe decisamente la pax bancaria che Geronzi aveva augurato per tre mesi. Con risvolti inevitabili ovviamente nel rinnovo dei vertici Generali, che avverrà nelle prossime settimane.
Vi è infine un livello politico, più romano, della vicenda. Nei giorni scorsi c’è stato un diluvio di dichiarazioni. Quelle di Bersani, goffamente smentite, sulla necessità della creazione di una public company (ma non era lui uno dei grandi sponsor dell’Opa molto poco public di Colaninno?), quelle di Di Pietro, palesemente artificiose, sugli scarsi investimenti dovuti alla proprietà Pirelli e quelle fintamente aperturiste di Prodi verso eventuali investitori stranieri.
La realtà molto banale è che la politica ha giocato un ruolo fondamentale in questa vicenda sin dal primo giorno. Non ha accettato l’impuntatura di Tronchetti contro l’espropriazione della rete (il famigerato piano Rovati), non ha permesso la riorganizzazione aziendale (il piano di vendita Tim o la cessione in Brasile) e ha fatto naufragare ogni possibile accordo industriale (con Murdoch prima e Telefonica poi). Nel frattempo ha fatto sentire il peso del suo ruolo: con 1,7 miliardi sottratti al settore sull’affare delle ricariche. Una politica «maschia» e dalla «schiena dritta» che ha reso la proprietà di Telecom un accessorio in mano a Tronchetti. Il pallino è ritornato a Roma. E qui si giocherà la nuova governance del gruppo Telecom.
Nicola Porro