Una telenovela che dura ormai da quattro anni

Dicembre 2002. Si apre il caso Serravalle: il Comune denuncia un tentativo di scalata del gruppo Gavio nel consiglio d’amministrazione della società, con l’aiuto della Provincia guidata allora da Ombretta Colli. Segue un tentativo d’intesa tra l’amministrazione di Palazzo Marino e quella di Palazzo Isimbardi: è il «patto della cotoletta» che, però fallisce nel giro di poche settimane. E la «Signora Provincia», nel luglio 2003, diventa presidente della concessionaria della A7 e delle tangenziali milanesi. Qualche mese dopo parte un’inchiesta giudiziaria sulla Serravalle che coinvolse la Colli e l’assessore provinciale Luigi Cocchiaro.
Nel 2004 Filippo Penati viene eletto presidente della Provincia e annuncia: «Un patto con il Comune sulla Serravalle». L’intesa viene siglata il 17 dicembre 2004 e garantisce una maggioranza di oltre il 60 per cento del capitale (18,6 del Comune, 38 della Provincia e il 4 della Camera di commercio meneghina). Presidente di Serravalle è Bruno Rota, scelto dal Comune, mentre amministratore delegato - scelto da Penati - è Massimo Di Marco. Ma al presidente sono negate le funzioni di controllo che il Comune richiede. E mentre la magistratura archivia «perché non è sostenibile l’accusa in giudizio contro Ombretta Colli» - il Gup accoglie la richiesta degli stessi Pm -, l’intesa Albertini-Penati va in pezzi, con il primo a reclamare «più trasparenza nella Serravalle» e il secondo a ventilare «l’uscita dal patto».
Che si concretizza il 29 luglio di quest’anno: quando la Provincia acquista dal gruppo di Marcellino Gavio (possiede il 28 per cento della società) - attraverso la controllata Asam - il 15 per cento di Serravalle, pacchetto che attribuisce a Palazzo Isimbardi la maggioranza assoluta della società (52,7 per cento). Ad agosto i soci di Serravalle bocciano il piano finanziario del Comune che prevedeva investimenti per 320 milioni. Partono i ricorsi del Comune alla Corte dei conti «per danno erariale da parte della Provincia» e al Tar sulla «legittimità dell’operazione».
Due giudizi che, secondo il sindaco, dovrebbero essere seguiti anche da un terzo: quello della magistratura penale, perché una parte della plsuvalenza ottenuta da Gavio sarebbe stata utilizzata per favorire la scalata dell’Unipol alla Bnl.