TELEPAURE A SINISTRA

Basta una modesta parabola televisiva per accorgersi che il presidente americano, il primo ministro britannico o Monsieur le Président, quando intendono rivolgersi a My fellow Americans, dear citizens, o citoyens, chiamano le telecamere e parlano. E a nessuno passa per l’anticamera del cervello di vietare il fatto che il capo dell’esecutivo si rivolga ai suoi «fellows», compatrioti, perché soltanto su di lui grava il compito (che non ha il suo sfidante) di mostrare quel che ha fatto, anche per fini elettorali che, ovunque esista una democrazia, sono fini nobilissimi e non indecenti come si fa credere in Italia. Del resto chi ha paura del lupo cattivo? La tracotanza e l’invadenza televisiva delle sinistre nella campagna del 2001 non fu frenata da nessuno, ma non servì davvero ad evitarne la rotta politica. In Italia invece si è inventata questa furbesca «par condicio» presa in prestito dalla «par condicio debitorum» che è l’esatto contrario della par condicio televisiva: quando un debitore muore, quel che lascia viene distribuito ai suoi creditori in maniera proporzionale al loro credito: tradotto, vorrebbe dire che il partito più grande, per «par condicio» dovrebbe avere un tempo proporzionato alla sua forza e non stare alla pari con gli zeri virgola.
Quel che sta succedendo in questi giorni si spiega anche con l’onesto articolo di Lucia Annunziata di ieri sulla Stampa in cui si diceva che Berlusconi andando in tv a mostrare il suo volto e quel che ha fatto (anche davanti a un contraddittorio durissimo), fa il suo mestiere e sa stare in televisione. L’effetto positivo di questo legittimo lavoro è quello che leggiamo dalle stime dei sondaggisti nemici di Berlusconi che lo danno già in rimonta di un due per cento, tanto quanto valgono i voti dell’Udeur di Mastella. Aiuto!, si grida: se non lo imbavagliamo, questo qui in due mesi risale lo svantaggio e vince un'altra volta le elezioni. E si levano forche mediatiche e urla ipocrite. Questo soprassalto di invidia può essere registrato soltanto in Italia dove, a proposito di conflitto di interessi, un solo partito politico controlla come cosa propria un terzo del servizio pubblico. Ricordo a questo proposito che quando Letizia Moratti presidente della Rai ebbe la temeraria idea di proporre me come direttore del Tg3 (ero un giornalista della Stampa e non facevo parte di Forza Italia) non bastò il consenso di Santoro ma ci volle anche quello di D’Alema che me lo negò dicendomi con schiettezza al telefono che una mia direzione al Tg3 «sarebbe stata vissuta come un episodio di maccartismo». Questo tanto per chiudere la bocca a coloro che blaterano di «linee editoriali» anziché di appropriazione indebita. Tornando a Berlusconi mi chiedo se esista un altro Paese al mondo in cui il presidente uscente non abbia il diritto di fare ciò che, viceversa, il suo avversario non può fare per la differenza dei ruoli che non sono pari, quello di chi ha governato e di chi chiede di governare: nelle democrazie soltanto alla fine lo sfidante è ammesso ad un duello in «par condicio». Da noi il fatto che Berlusconi rimonti è considerato un reato di lesa maestà benché più di trenta leader si siano già avvicendati sugli schermi e fra loro tutta la nomenclatura di sinistra che, osserva l’Annunziata, con la tv hanno un rapporto sbagliato e sgradevole. Anche perché, aggiungiamo noi, non si tratta di cittadini che chiedono di servire il loro Paese ma di noiosi professionisti della politica irritati perché il loro avversario sa come parlare ai suoi «fellow Italians».