Telepromozioni, Gentiloni bocciato dalla Ue

Alessandro M. Caprettini

nostro inviato a Bruxelles

«La caccia all’uomo non è esportabile in Europa. Bisogna che qualcuno se ne renda conto e rinunci a questo tipo di export». Più che sarcastico, è perfido Mario Zappalà, eurodeputato azzurro, dopo il varo della direttiva «Tv senza frontiere» - con cui si auspica una produzione europea, si chiedono garanzie per i minori, si conferma il tetto dell’affollamento pubblicitario al 20% mentre lo spazio minimo tra uno spot e l’altro scende a 30 minuti - all’interno del cui capitolato la Margherita prodiana, nonostante il pressing di cui si è resto autore il ministro Gentiloni a poche ore dal voto, ha fallito clamorosamente l’attacco studiato a tavolino contro Mediaset e, dunque, contro Silvio Berlusconi.
Ancora due sere fa le cifre del possibile responso in aula sull’abbinamento spot-telepromozioni, ballavano. Si era detto che la partita si sarebbe giocata sul filo dei 10-15 voti tra Ppe e destre da un lato, liberali (Alde), socialisti e sinistre dall’altro. Invece in seduta plenaria le cose sono andate assai diversamente, a cominciare dalla concessione di maggiori spazi per la pubblicità nelle tv «per aumentare la competitività dei gruppi europei e possibilmente, migliorare la produzione dei programmi e la loro qualità».
Raccogliendo le raccomandazioni della commissaria Reading, di non cambiare il testo messo a punto a Bruxelles, tutti gli emendamenti proposti dai gruppi sono in pratica stati bocciati. E, più clamorosamente degli altri proprio quello studiato dagli eurodeputati della Margherita, che credevano di aver trovato robusti sostegni per eliminare «l’anomalia tutta italiana». Pensavano di trascinarsi dietro socialisti e l’intero gruppo liberale, oltre ad esser sicuri di aver dietro di sé Verdi e sinistre, i fedelissimi del duo Prodi-Gentiloni. E invece al momento di votare i socialisti - per lo più d’accordo coi popolari su tutto il percorso della direttiva - hanno sterzato e buona parte del gruppo liberale ha fatto altrettanto. Una vera debacle tanto che, essendosi svolto per alzata di mano, neanche uno dei proponenti l’emendamento anti-Mediaset si è alzato per chiedere al presidente dell’assemblea un nuovo conteggio. Troppo pochi i favorevoli, troppe le mani tese a dire di no.
Ridacchiava Antonio Tajani, capogruppo di Forza Italia a Strasburgo: «Le ingerenze di Gentiloni, come si è visto, non sono servite a nulla. Forse anche perché sono in tanti ad aver capito - continuava, pensando magari alla vendetta ottenuta dopo che Il Foglio ha rivelato che proprio Gentiloni era in stretto contatto con la “banda” che lo picchiò al liceo vent’anni e passa fa - che il suo arrivo qui è stato più che strumentale».
Gran regista dell’operazione che ha aperto gli occhi a molti eurodeputati a detta di tutti è stato Mario Mauro, vice-presidente del parlamento eletto in Forza Italia. Sarebbe stato lui (che tace sull’argomento) a far presente a socialisti e liberali di altri Paesi che l’equiparazione spot-telepromozioni avrebbe finito per danneggiare non tanto Mediaset, che se ne sarebbe comunque fatta una ragione, ma soprattutto le aziende medie e piccole che, a fronte dei costi pesanti per gli spot, avrebbero dovuto rinunciare alla pubblicità e dunque ad una loro crescita.
Operazione riuscita, con Mauro che soddisfatto commentava: «È stato sventato l’attacco preparato dagli eurodeputati della Margherita alle Pmi italiane, che da sempre fruiscono dello strumento delle telepromozioni per assicurarsi crescita e sviluppo. E a questo punto vorrei precisare che se Gentiloni, nel corso della sua recente visita a Strasburgo non ha mancato di ribadire la supposta anomalia italiana nel mercato della pubblicità, questo voto ha invece mostrato che la vera anomalia sta nel fatto che un ministro italiano e gli europarlamentari italiani di sinistra facciano lobby contro le aziende italiane».
Pericolo scampato dunque per Mediaset e le piccole e medie aziende? Solo in parte, per Mauro. «Vedrete che il ministro delle Telecomunicazioni ripresenterà l’equiparazione tra spot e telepromozioni nel suo ddl sul riordino del sistema tv. L’unica cosa è che non potrà più dire che lo pretende l’Europa, come sperava. Anzi si aspetti che gli dicano che è lui che marcia proprio contro quell’Europa che sperava di rappresentare. Ma che lo ha bocciato».