Temirkanov, il tocco del mago e Traviata si fa bellezza assoluta

Con la affascinante Svetla Vassileva un’opera da applausi

da Parma

Far Verdi a Parma: una gioia, un abbraccio. Se va bene. Se va male, un ludibrio, una catastrofe. E prima, in ogni caso, un ardimento, un rischio. Questa volta il Festival Verdi è decollato con due grandi successi. Prima, Luisa Miller. Storia consueta ottocentesca, il paese, la ragazza che rinnega il suo amore per salvare il padre che un potente minaccia del patibolo, poiché il potente stesso la concupisce invano. A volte c'è il lieto fine, questa volta finisce con la morte degli amanti.
Verdi la prende da Schiller e vi imprime un linguaggio fatto di espansioni dolorose, ma come se se ne allontanasse per raccontare in ritmo di ballata. Ci sono molte grandi parti; grazie alla protagonista Fiorenza Cedolins abbiamo capito come gli slanci di Luisa possano manifestare sobrietà nella precisa parola e nella recitazione accorata; Leo Nucci ha rivelato l'ambigua debolezza affettuosa del padre, oltre che lo splendore immutabile della sua voce; Giorgio Surian e Rafael Siwek, uno dritto e severo l'altro losco e serpeggiante, han figurato, con Francesca Franci, benissimo. Marcelo Alvarez ha cantato da dio.
Poi, La Traviata. Un soprano d'un'avvenenza lontana dalle esibizioni di moda, tutta fascino, coinvolgimento, dalla voce tanto più bella quanto più ci offre nuda la parola, Svetla Vassileva, fra gli eccellenti Massimo Giordano, Vladimir Stoyanov, il coro d.o.c. e gli altri, nelle mani d'un direttore favoloso che negli ultimi anni abbiamo amato come un divo, musicista quanto la stessa musica ma russo più della stessa Russia. In più con la regìa dei due famosi Herrmann, Karl-Ernst ed Ursel, che si sono affermati con una regìa che tutto vuol spiegare alla tedesca, alludendo senza tregua. Pericolo.
Ma tutti questi artisti avevano in comune una cosa importante: la fiducia nell'autore. Sapevano che a lui ci si deve affidare pienamente, crederci, riconoscersi. Così, i temibili Herrmann si sono lasciati spiegare l'azione dalle didascalie dello spartito, e hanno dato immagine più visionaria che simbolica, ma fedele, alla festa dove Violetta folleggia, soffre la tisi, s'innamora controvoglia d'Alfredo, con una tavolata perpendicolare al pubblico attorno alla quale gli ospiti impazzano, con qualche grido di troppo, ma in maniera travolgente; hanno ridotto all'essenziale l'atto rivelatore dei rapporti, quando Violetta che vive con Alfredo cede a suo padre nel nome della famiglia, e alla festa da incubo in cui si ritrovano disuniti; fino al riapparire del salone dell'inizio, ora desolato e vuoto, dove Violetta muore. C'è qualche eccesso, ma un grande spettacolo, una straordinaria regìa. Certo le regìe grandi delle opere di questo calibro hanno bisogno d'interpreti grandi. E la signora Vassileva ci offre l'esistenza di Violetta trasformando il fraseggio da ampio e felice a nervoso e scavato, il colore da capriccioso a disarmato, mantenendo nella sua parabola la violenza dello scatto; e del canto e della recitazione ha fatto tutt'uno. Sentire vivere le famose parole dell'addio all'ignaro amante, «Amami Alfredo», con quella disperata forza, con quell'ombra di orgoglio, è una benedizione.
Tutto aveva la sua verità, perché Yuri Temirkanov la infondeva con naturalezza, con semplicità popolare, con visione aristocratica della partitura. L'azione si è dipanata, purtroppo con i tagli tradizionali, come se l'avesse nella memoria dall'infanzia; e avesse avuto in dono la magìa di trasformare l'orchestra in assoluta portatrice di bellezza. Quando agli applausi finali è apparso e se ne è andato rapidissimo, sembrava un mago che fa sparire se stesso.