Ma è temperata dall’ironia quella condizione angosciosa

da Cannes

Julian Schnabel (Basquiat, Prima che venga la notte) è un pittore del giro di Andy Wahrol prestato al cinema. Incline a filmare vita di artisti tormentati come appunto Basquiat e lo scrittore cubano Reynaldo Arenas, per Le scaphandre e le papillon («Lo scafandro e la farfalla») s'è accontentato della vita semivegetale di un giornalista francese, l'ex direttore della rivista femminile Elle, Jean-Dominique Bauby (Mathieu Amalric), da lui stesso raccontata nel libro autobiografico (Laffont) che ha lo stesso titolo del film. Da lui stesso raccontata, ma per necessità in un modo insolito: dettando col chiudere la sola palpebra attiva, unica parte del corpo rimasta controllabile dopo un'emorragia cerebrale. Lettera dopo lettera, come in un codice Morse, Bauby ha raccontato i suoi ricordi, che si librano come una farfalla, e il suo presente, simile a quello di un palombaro chiuso nello scafandro. L'ironia nella descrizione della sua angosciosa condizione esaspera la compassione che ne se prova, accentuata dal rapporto col padre senescente (Max von Sydow) e da quello con i figlioletti. Si piange con dignità.