La Tempesta dell’Orione Soprannaturale in scena

Maghi e fate per l’innocenza della vita

Carlo Faricciotti

La Tempesta di William Shakespeare, in scena sabato e domenica al Teatro Orione di via Fezzan nella traduzione e adattamento di Mirko Manaresi per la Compagnia GAT (Gruppo Amici del TeatrOrione di Milano), è un testo ricco di contenuti magici che si sviluppa in un impianto avventuroso, tanto fiabesco quanto estremamente elaborato.
Shakespeare fa uso del soprannaturale rincorrendo al mondo meraviglioso dei maghi, degli elfi e delle fate fondendone le azioni con la vicende umane per la massima espressione di una magia nuova, una magia rinascimentale opposta a quella medievale, considerata superstiziosa e stregonesca.
È una magia colta, un sistema per studiare e conoscere l'universo e l'uomo. Ma La Tempesta è intessuta anche di temi totalmente umani: il male, l'innocenza, la colpa, l'espiazione, il perdono, la giovinezza incorrotta che può distruggere il male e dare origine a una nuova vita.
Scritta attorno al 1611 e considerata l'ultima produzione di Shakespeare, quella che segna il suo congedo da Londra e dalle scene, La Tempesta narra di come Prospero, duca di Milano, spodestato dal fratello Antonio sia lasciato su una piccola barca in balia delle onde insieme alla figlioletta Mirando. Approdati su un’isola deserta dove aveva trovato rifugio la strega Sicorace, madre dell'unico abitante dell’isola (il mostro Calibano), Prospero e Miranda, con l'aiuto delle arti magiche di lui, diventano in breve padroni dell'isola.
Isola che a qualcuno potrebbe ricordare quella del telefilm Lost: un luogo geografico, ma collocato in una dimensione indefinita: una proiezione della mente che entra in rapporto con le forze di un mondo superiore e di queste forze, dominandole.
Sull'isola infatti vive anche Ariele, spirito dell'aria al servizio di Prospero. Questi controlla ogni forza con la magia e può dare alla vicenda la soluzione desiderata. Prospero, avendo previsto che Antonio sarebbe passato nei pressi dell'isola con una nave scatena la tempesta del titolo che causa il naufragio della nave. Sulla nave c'è anche il re Alonso, amico di Antonio e compagno nella cospirazione, e il figlio di Alonso, Ferdinando.
Il testo a questo punto assume un andamento prima divergente poi convergente, in quanto i percorsi dei vari naufraghi si ricongiungono alla grotta di Prospero. Calibano incappa in Stefano e Trinculo, due ubriaconi della ciurma, che crede esseri divini discesi dalla luna, e cerca di mettere insieme una ribellione contro Prospero, che fallisce.
È nel finale che Prospero diventa quasi autoritratto di Shakespeare: come un dio egli dirige dall'alto i suoi personaggi, rinunziando alla sua divinità solo alla fine del dramma, quando spezza la bacchetta magica per ritornare fra i comuni mortali.